Economia

Energia verde. Fare il pieno con i rifiuti Funziona ma non si può

Alberto Caprotti, inviato a Torino martedì 29 marzo 2016
Fare il “pieno” alla propria auto utilizzando solo i rifiuti come combustibile. Oppure il letame e le deiezioni animali. Non è uno scherzo, e neppure un’utopia da ecologista incallito. Tecnicamente funziona, ma la legge ancora non lo consente. È invece un fatto che il biometano (gas derivato dal biogas dopo un processo di raffinazione e purificazione) può ridurre del 23% le emissioni di CO2 rispetto ai motori a benzina e del 15% rispetto a quello a gasolio sui mezzi pesanti. In Italia però mancano ancora la normativa e i decreti attuativi affinchè sia possibile metterlo in rete e venderlo come carburante per autotrazione. Un modello virtuoso in grado di rilanciare non solo l’agricoltura, ma anche il sistema economico e industriale italiano. Che al momento è un’occasione persa. E un ritardo strutturale che penalizza il nostro Paese, sempre alla disperata ricerca di nuove soluzioni per rendere la mobilità su ruote meno inquinante, ma alle prese con una burocrazia che sembra remare in senso contrario.  L’industria nel frattempo è pronta, la tecnologia anche. Sono infatti 1.500 gli impianti in Italia che trasformano in biogas i rifiuti organici, quelli zootecnici e le biomasse: e visto che il biogas è composto dal 65% di metano e il resto è anidride carbonica e poco altro, con poche modifiche da tali strutture si potrebbe ricavare metano puro al 99%, lo stesso che alimenta le caldaie di casa o che rifornisce le vetture a gas naturale. Sembrano chiari i dati forniti da Fca e CNH Industrial nell’ambito di 'Biometanoday', giornata dedicata all’approfondimento dei temi relativi alla mobilità sostenibile e, in particolare, all’uso del gas naturale come carburante. Oltre a essere oggi il combustibile più pulito disponibile sul mercato, «metano e biometano continuano a essere l’asse principale di sviluppo della nostra sostenibilità», ha spiegato Daniele Chiari, Product Plannig Emea di Fiat-Chrysler, che nel 2015 ha commercializzato in Europa oltre 44 mila veicoli e vetture a metano. Mentre in Svezia, addirittura dagli anni ’90, ne è stato promosso l’uso per il settore dei trasporti, in Olanda lo scorso anno è stata aperta la prima stazione di rifornimento di biometano in autostrada. Anche Francia e Germania hanno leggi favorevoli alla produzione, lasciando così il nostro Paese in ritardo sul resto d’Europa. «Non ci mancano la tecnologia né l’impegno, ma serve solo un ultimo passo per rendere il quadro più trasparente», ha aggiunto Michele Ziosi, responsabile relazioni istituzionali Emea-Apac di CNH Industrial. Secondo i dati diffusi da Fca infatti, l’Italia è potenzialmente il terzo produttore al mondo di biometano da fonti agricole. E sarebbe in grado di alimentare ben 2 milioni di vetture. Il tutto senza modificare le abitudini degli automobilisti e utilizzando la rete di rifornimento del gas già esistente, che è adeguata in molte zone ma da ampliare in altre. Dal 2005 ad oggi infatti il numero di distributori in Italia è più che raddoppiato (passando da 515 a 1095, di cui 42 su autostrada). Ci sono però ancora intere aree non coperte del tutto, come la Sardegna. O dove esiste una sola pompa di gas in tutta la regione, come in Valle d’Aosta. Il decreto ministeriale 5 dicembre 2013 ha già autorizzato la produzione e l’uso di biometano nell’autotrasporto, ma l’assenza di alcune indicazioni regolatorie fa sì che il decreto non sia operativo. Tradotto in pratica, questo combustibile oggi può essere prodotto, ma solo per essere utilizzato dalle stesse ditte che lo ricavano, senza venderlo nè immetterlo in rete. Lo stesso vale per i mezzi di trasporto: solo i veicoli intestati alle aziende che lo producono possono utilizzarlo. Impressionanti i vantaggi comparati anche in termini di consumi rispetto ai carburanti tradizionali.  Sempre secondo Fca, le emissioni di CO2 “wheel to wheel” (ovvero tenendo conto di tutta la filiera di produzione) di una Panda TwinAir Natural Power alimentata con il biometano sono inferiori del 97% rispetto a quelle di una Panda 1.2 a benzina. E pari a quelle di una vettura elettrica a batterie ricaricate con corrente generata con energie rinnovabili.