Economia

Stati generali. La green economy avanza e crea lavoro

Silvia Camisasca lunedì 19 novembre 2018

Sole, fiori e arcobaleni: sono un’ode di virgiliana memoria le 50 sfumature – tante erano le imprese espositrici all’annuale Fiera di Ecomondo – con cui l’italico genio ha declinato la propria definizione di sostenibilità. Mai così partecipata (oltre 3000 visitatori) alla settima edizione della kermesse riminese degli Stati Generali della green economy è andata in onda la prima incontrovertibile testimonianza dell’aria "green" che tira tra gli italiani.C’è Fra Sole, un progetto di sostenibilità per il Convento e le basiliche di Assisi, teso a convertire, in chiave "bucolica", il complesso francescano; c’è il gruppo industriale Fiori, che del recupero di materiali ferrosi e non, e dell’educazione ambientale, ne ha fatto una missione; c’è poi Ecotyre, che con il mantra "Ricicla e Riutilizza" ha piegato allo schema "circolare" il proprio modello di business, convertendo in nuovi pneumatici quelli dismessi. Lo aveva annunciato aprendo i lavori dell’assise, organizzata da Consiglio nazionale della green economy, l’ex ministro dell’Ambiente, Edo Ronchi che «la green economy nel nostro Paese non è mai stata così vitale».

Così vitale da ribaltare l’assetto economico tradizionale, nell’ipotesi non remota in cui i numeri contenuti nel piano quinquennale si concretizzassero. Visto che di "grandi numeri" si tratta. Trampolino di lancio al boom verde sarà, infatti, il piano di investimenti articolato in 10 misure choc al 100% ecosostenibili: per prodotti, processi e, soprattutto, posti di lavoro (green jobs). Se il governo riuscisse ad investire ogni anno, per i prossimi 5, circa 8 miliardi, tesi ad attivarne ben 22 di investimenti privati, con le 10 imponenti misure cardine (raddoppio di fonti energetiche rinnovabili, interventi di riqualificazione energetica degli edifici, programma nazionale di rigenerazione urbana, filiere alternative per riutilizzo e riciclo rifiuti, rilancio della spesa in ricerca e sviluppo di matrice ambientale, messa in sicurezza e reingegnerizzazione dell’intero sistema idrico nazionale, programma di interventi per la riduzione del rischio idrogeologico, costituzione della nuova filiera agricola del biologico con produzioni di qualità e sostenibili, bonifiche dei siti di interesse nazionale, misure strategiche di mobilità sostenibile) i valori della produzione schizzerebbero a 370 miliardi. E, soprattutto, nell’Italia affamata di lavoro, si aprirebbero 440.000 posti – di qualità e legati a nuove professionalità, competenze e figure – così da raggiungere 2,2 milioni (3,3 con l’indotto) di occupati nell’arco del quinquennio. Estremamente ambizioso, il decalogo intende procedere tenacemente a svecchiare il volto del Paese, rivoluzionando consolidati schemi imprenditoriali, finanziari e bancari. Del resto, che per il sistema Italia i potenziali della green economy fossero enormemente sottostimati, era cosa nota. Più di ogni altra, la nostra è la terra promessa della nuova economia: ideale per morfologia, collocazione e "attitudine" imprenditoriale.

Con i numeri alla mano e la consacrazione di Rimini è ufficialmente chiaro quale formidabile volano occupazionale sarà il green: per il capitolo fonti rinnovabili, ad esempio, nel quinquennio 2019-2023, si prevedono circa 1.150.000 nuovi posti di lavoro, mentre per la riqualificazione del sistema idrico nazionale altri 300mila. L’Unep stessa definisce la green economy un generatore netto di posti di lavoro: «Senza considerare che i costi evitati dell’inquinamento, la forza di traino del pacchetto statale sull’iniziativa privata e la capacità di promuovere innovazione, buone pratiche e tecniche, combinati tra loro, agiranno con effetto moltiplicatore», sottolinea Ronchi.A livello globale, si scopre che l’industria del solare fotovoltaico già nel 2017 ha incrementato l’occupazione dell’8,7%, mentre, entro il 2030, le politiche sul clima creeranno nel mondo circa 18 milioni di nuovi posti di lavoro. Nei 10 grandi settori la densità occupazionale – secondo le stime fornite – non sarà, ovviamente, omogenea: quelli per cui occorrerà investire di più, garantiranno anche migliori ritorni in termini occupazionali. Ancora una volta, vale per tutti la somma degli investimenti nelle energie rinnovabili: secondo quanto è emerso dagli Stati Generali, un raddoppio della produzione da fonti rinnovabili nei prossimi 5 anni richiederebbe una spesa (sia pubblica che privata) di 70 miliardi, oltre a quella per la manutenzione di 6,5: il 53% è riservato alle rinnovabili termiche, il 46% allo sviluppo dell’elettrico, mentre il rimanente al biometano.

Un terremoto di fronte al quale i mercati non stanno certo a guardare: costante è l’aumento di istituti finanziari per emissioni di obbligazioni verdi – green bond – attualmente ancora relativamente contenuti rispetto al mercato mondiale, il cui valore complessivo nel 2015 ammontava a 42 miliardi e a oggi è più che quintuplicato (221 miliardi) e a fine anno sfonderà il tetto di 250. Significativo notare che tra i circuiti più appetibili figuri quello cinese, stimato in oltre 37 miliardi, distribuiti in 113 tipi di emissioni obbligazionarie nazionali, per lo più, concentrate nella lotta a inquinamento e cambiamento climatico. In un contesto molto dinamico e fluido, l’Italia – ad eccezione di Hera, Enel, FS e pochi altri – su scala globale non compare ancora tra i Paesi di "peso" emettitori green. Il che sarebbe cosa buona e giusta, considerando che specifiche azioni finanziarie di green economy assumono una forte connotazione solidale. Oltre ad essere piuttosto remunerative.