Economia

ECONOMIA CIVILE. «La stabilità? Senza tagliare il 5 per mille»

Luca Mazza venerdì 8 novembre 2013

​C'è è la finanza più "conosciuta" – quella speculativa e senza regole – che ha generato la Grande Crisi e, successivamente, provocato effetti devastanti sull’economia reale di mezzo mondo, Italia compresa. Ma c’è anche un’altra finanza – quella sostenibile – che ha resistito alla bufera e oggi potrebbe rappresentare il motore della ripresa per un Belpaese in uscita dal tunnel della recessione. Negli ultimi cinque anni, infatti, la finanza etica (strettamente collegata al Terzo settore) è cresciuta in Italia seguendo un modello "virtuoso". Veicolando, cioè, il risparmio di organizzazioni, imprese e famiglie verso il finanziamento di un’economia più equa.

Ora però l’opportunità di trasformare il binomio «finanza sostenibile-non profit» in una leva per lo sviluppo è vincolata all’attuazione di una serie di interventi normativi. Primo fra tutti, sul piano domestico, la versione finale della legge di Stabilità. A inizio settimana una delegazione del Forum nazionale del Terzo settore ha incontrato il ministro per i rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini e il viceministro dell’Economia, Stefano Fassina, per fare il punto sulle principali criticità contenute nella manovra. «Abbiamo espresso perplessità sullo stanziamento delle risorse per i Fondi per le politiche sociali e per il 5 per mille – ha commentato il portavoce del Forum, Pietro Barbieri –.. E ci è stata manifestata la disponibilità a venire incontro alle nostre richieste. In particolare sulla possibilità di reperire maggiori risorse per incrementare il Fondo per la non autosufficienza, per il quale sono stati stanziati 250 milioni di euro che riteniamo inadeguati a garantire servizi e assistenza».  Secondo Stefano Zamagni, docente di Economia politica a Bologna e uno dei massimi esperti di non profit, è fondamentale che ogni provvedimento sia impostato seguendo una logica precisa: «Bisogna premiare i soggetti che non si limitano all’assistenza ma siano anche produttivi, quindi in grado di camminare con le loro gambe in futuro – spiega –. Il 5 per mille, se orientato in questa direzione e reso stabile, è uno strumento importantissimo. Un’altra buona idea può essere quella di consentire l’emissione di "obbligazioni sociali" per permettere ai soggetti del Terzo settore di fare investimenti».

In una fase storica di tagli alla spesa pubblica per il Welfare, inoltre, il ruolo svolto dalla finanza al servizio delle imprese sociali appare particolarmente strategico. E proprio in quest’ottica, nei giorni scorsi, il presidente di Banca Etica, Ugo Biggeri, è stato convocato in audizione dalla Commissione Finanza della Camera nell’ambito dell’indagine conoscitiva sugli «strumenti fiscali e finanziari a sostegno della crescita». Quattro le principali proposte avanzate alla politica: differenziare le norme a seconda della tipologia di banca; cancellare i provvedimenti che penalizzino il sociale; agevolare i pagamenti alle imprese sociali fornitrici della Pa; rivedere l’imposta di bollo che soffoca l’azionariato popolare. «Occorre incentivare la finanza etica e il non profit – sostiene Paolo Preti, docente di Organizzazione per le Pmi all’Università Bocconi –. Quest’ultimo, poi, in un momento di crisi economica, può svolgere anche una funzione fondamentale di ammortizzatore sociale».

Entrando nello specifico delle proposte, Banca Etica ritiene sia un errore «applicare le stesse regole a realtà profondamente diverse come sono da una parte le grandi banche d’affari e dall’altra quelle piccole eticamente orientate o cooperative». Sul fronte nazionale, invece, si chiede rapidità nel pagamento dei debiti della Pa. Tra le altre misure sollecitate ci sono: la revisione dell’attuale tassa sulle transazioni finanziarie, la lotta ai paradisi fiscali, l’emanazione dei regolamenti attuativi per lo sviluppo del microcredito, l’introduzione di incentivi affinché i Fondi pensione investano in realtà con elevati standard di responsabilità socio-ambientale e la possibilità per le imprese sociali di emettere i così detti "minibond". «Si tratta di richieste tutte legittime e condivisibili, ma forse per ottenere risultati concreti bisognerebbe concentrare gli sforzi sui temi più specifici – aggiunge Preti –. Piuttosto che mettere troppa carne al fuoco meglio insistere su due punti chiave: non ridimensionare ulteriormente la disponibilità per il 5 per mille e facilitare il compito di banche etiche e cooperative dal punto di vista del credito».