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Economia

Lavoro. Della "flexsecurity" è rimasta solo l'(in)sicurezza

Dorella Cianci giovedì 15 luglio 2021

La protesta dei lavoratori Whirlpool all'aeroporto di Capodichino il 15 luglio 2021

Siamo in un momento di veloce evoluzione e ciò inevitabilmente determina riflessi sull’economia, che sintetizzeremo complessivamente con due aggettivi simili ma non uguali: insicurezza e incertezza, cioè il male oscuro di una società in divenire, che nessuno pare saper indirizzare.

Da un lato si sta provando a migliorare le forme contrattuali, svincolandole da anni di vacuo elogio della flessibilità; dall’altro, però, si sta notando un rinforzato stato di insicurezza, aggravato perfino dal tanto elogiato smartworking, che, in alcuni, erode il senso di appartenenza a un luogo nel quale si opera. Sta uscendo, in queste ore, un prezioso ebook, che fa parte di un lungo percorso di studio, la cui ultima tappa risale al 2018 e oggi si aggiorna con la coordinazione del centro studi Lavoro&Welfare, presieduto da Cesare Damiano (ex ministro del Lavoro, oggi membro del consiglio di amministrazione dell'Inail). Il dossier nasce con Assolavoro e con l’Unità di ricerca Lavoro e organizzazioni del Dipartimento di Scienze sociali ed economiche dell’Università «La Sapienza», guidata dal professor Mimmo Carrieri.

Nell’Italia attuale, le riflessioni nelle scienze sociali si stanno modellando su esigenze che ripartono, ancora una volta, dalla richiesta urgente di “buona flessibilità” nel welfare e nel mercato del lavoro. Purtroppo, come emerge dagli ultimi decenni, l’idea della “flexicurity” si è trasformata nel suo contrario, in una flessibilità senza sicurezza, tradendo la sua ispirazione iniziale. Per questo, in un mondo del lavoro che cambia, quel binomio flessibilità-sicurezza va assolutamente ripristinato.

Oggi la situazione di insicurezza non solo è presente, ma è peggiorata tra i lavoratori dipendenti o autonomi. I punti fermi dell’era del grande sviluppo post-bellico erano già stati spazzati via da anni e, nel recentissimo passaggio storico, sono evidenti le conseguenze dell’ondata di pandemia, che si è abbattuta anche sul tessuto produttivo, sui suoi processi e, in ultima analisi, sul lavoro. Risultato? Sì insicurezza nella fascia d’età 30-40, ma anche in quella meno giovanile, aggravata da un profondo stato di ansia sociale e personale.

Ragioniamo ancora sui processi di lavoro a distanza: questi si sono dovuti accendere in un lasso di tempo drammaticamente breve, senza una vera regolamentazione. Da una parte, dunque, il sentimento di insicurezza cresce, ma possiamo fortunatamente constatare anche una ritrovata fiducia nelle organizzazioni di rappresentanza, lasciandoci alle spalle la stagione della disinter-mediazione. Come ha evidenziato Carrieri, è significativo questo ritrovato ruolo di responsabilità delle parti sociali, le quali hanno il dovere di segnalare importanti disagi.

Per esempio, la sostenibilità economica passa inevitabilmente attraverso la capacità che avremo di tutelare il lavoro sia mediante la valorizzazione delle forme di impiego che generano gettito contributivo, sia riducendo al massimo la durata delle transizioni, sia "attivando" le giovani generazioni, visto che contiamo 1,8 milioni di persone under 35 anni che non lavorano e non provano neanche a cercare un lavoro, pur essendo disponibili. Complessivamente si tratterebbe di riattivare un "esercito" di 5,6 milioni di persone, nella metà dei casi con istruzione elevata e quindi ad alto potenziale.

Uno sguardo va dato anche al lavoro autonomo. La pandemia ha contribuito ad evidenziare quanto sia composito l’universo degli autonomi e le loro condizioni di emergenza hanno reso più profonde le asimmetrie già presenti nella platea di questi lavoratori. I dati di Confprofessioni (2020) evidenziano una generale tenuta soprattutto per i liberi professionisti che, in virtù delle caratteristiche della propria prestazione, hanno potuto continuare la propria attività da remoto.

Ben più grave è stata invece la situazione per artigiani e commercianti e anche per molti professionisti (non ordinistici) impiegati in alcuni settori, come quello dell’industria culturale. La forbice tra le condizioni dei lavoratori, in termini di stabilità del lavoro, ma anche nell’ottica di allineamento tra misure di sostegno e lavoratore indipendente, non segna più solo la differenza tra gli ordinistici e il resto degli autonomi. Nonostante gli ordinistici godano di una situazione di vantaggio nei confronti delle altre tipologie di autonomi, si nota, ad oggi, una significativa polarizzazione all’interno di questa tipologia, tra posizioni soggette a vulnerabilità e altre caratterizzate da un atteggiamento sicuro rispetto alla tenuta dell’occupazione, del reddito e dell’adeguatezza delle tutele, anche rispetto alle misure emergenziali pandemiche. Questa polarizzazione tra lavoratori all’interno della stessa tipologia di autonomi, si ritrova anche negli altri gruppi analizzati, a conferma del fatto che la differenza è data dalla stabilità nel lavoro.