Economia

Giornata della donna 2016. «Donne al lavoro, più tutele per prevenire gli infortuni»

Paolo Ferrario venerdì 4 marzo 2016
Hanno sostenuto il mercato del lavoro negli anni della “grande crisi”, pagandone anche un prezzo molto alto in termini di infortuni. Nell’ultimo mezzo secolo, le donne hanno contribuito in maniera determinante allo sviluppo del Paese, affermandosi in molti settori nonostante i tanti ostacoli che (ancora oggi) trovano sulla strada della conciliazione tra lavoro e cura della famiglia. Del lavoro femminile (e della sua tutela) dal 1965 ai giorni nostri si è occupata la ricerca “Il vecchio e il nuovo” promossa dal Gruppo donne dell’Anmil e presentata ieri in occasione delle celebrazioni per la Giornata della donna 2016. Dalla “femminilizzazione del settore agricolo” della fine degli anni Cinquanta, per la migrazione dei contadini dai campi alle fabbriche, all’esplosione del terziario e dei servizi, dove le donne rappresentano la gran parte degli occupati, la ricerca ripercorre le tappe principali della nostra storia recente, declinandola al fem- minile. Si scopre così, che, mentre nel 1965 le donne rappresentavano il 28% del totale degli occupati, cinquant’anni dopo hanno raggiunto il 42% e continuano a crescere. Complessivamente, nei cinque decenni presi in esame, il numero di donne occupate è aumentato di 4 milioni di unità, arrivando ai 9,3 milioni del 2014 (+70%). Nello stesso periodo, gli uomini hanno perso più di un milione di posti di lavoro, attestandosi intorno ai 13 milioni. Quanto agli infortuni, mentre in cinquant’anni essi sono calati del 60,3% (passando da 1 milione e 68mila del 1965 ai 424mila del 2014), per le donne gli incidenti sono scesi soltanto del 5,8% (da 253mila a 238mila). «La quota di infortuni femminili sul totale – si legge nella ricerca dell’Anmil – è cresciuta in misura enorme nel corso del cinquantennio: dal 19,1% del ’65 al 35,9% del 2014». Un andamento cresciuto di pari passo con l’occupazione femminile, aumentata di 4 milioni di unità (+70%). In sostanza, prosegue lo studio, «l’indice di incidenza femminile che era pari a 46,1 infortuni per mille occupate nel 1965, è sceso progressivamente al valore di 25,5 nel 2014, per una riduzione complessiva di quasi il 45%». Anche le lavoratrici morte sono scese dalle 245 di metà anni ’60 alle 72 del 2014. Al di là delle statistiche, significa comunque che, ogni settimana, almeno una donna muore sul posto di lavoro e, tutti i giorni, altre 650 si infortunano. Una realtà inaccettabile che si manifesta in tutta la sua crudeltà attraverso i racconti delle sopravvissute. Come Salvatrice Camerino di Asti, che ha perso la mano destra nel 2010, quando aveva 37 anni. Occupata in una macelleria, ha lasciato l’arto nella macchina che trita la carne. «Solo dopo ho saputo che non era a norma », racconta la donna, che dopo l’infortunio non è più riuscita a trovare un lavoro. Un macchinario fuorilegge è costata la mano sinistra anche a Salvatorina Berardi di Teano (Caserta), amputata nel 1980, quando aveva soltanto 16 anni ed era alla sua prima esperienza di lavoro, in una cooperativa della zona che si occupava dell’inscatolamento di frutta a verdura. A risultarle fatale è stato il nastro trasportatore della merce, che le ha risucchiato la mano. «Soltanto dopo l’incidente – ricorda con amarezza – l’ufficio di collocamento ha provveduto a comunicare alla cooperativa i miei dati. Non sapevo nemmeno quali fossero i miei diritti e tanto meno a chi rivolgermi per farli valere. Questo non deve più accadere e tutti devono essere consapevoli che, in un attimo, la vita di una persona può drammaticamente cambiare. Nessuno – conclude Salvatorina – deve affrontare un lavoro se non ne viene adeguatamente garantita la sicurezza». «La necessità di una lettura di genere è indispensabile per gli aspetti prevenzionali » osserva il presidente del Civ-Inail, Francesco Rampi. Anche perché, ricorda l’Anmil, gli infortuni delle donne avvengono più spesso, rispetto a quelli degli uomini, nel tragitto casa-lavoro: «Incidono ansia e stress per l’accudimento di figli, anziani e disabili» è la conclusione del presidente nazionale Anmil, Franco Bettoni.