Economia

La storia. Dietro le sbarre un laboratorio solidale

Chiara Merico martedì 25 febbraio 2014
Lasciare un lavoro prestigioso all’apice della carriera per tornare a casa, a Lecce, e reinventarsi imprenditrice. Non è stata questa, però, l’unica scelta controcorrente di Luciana Delle Donne. La manager ha creato, infatti, un’attività molto particolare: "Made in Carcere", nata per offrire un’opportunità proprio a chi pensava di non averne più, come le donne recluse nella casa circondariale del capoluogo salentino, Borgo San Nicola. «Nessuno voleva averci a che fare - racconta Delle Donne -. Sembrava che a toccarle ci si bruciasse le dita. Per questo ho scelto di lavorare con loro: perché amo le grandi sfide, fare l’impossibile».La prima grande sfida per questa ex manager è stata proprio la decisione di lasciare il suo lavoro. Ideatrice con Banca 121 (già Banca del Salento, gruppo Mps) del primo modello di banca multicanale in Italia, nel 2000 entra in Sanpaolo Imi. Ci resta fino al 2004, quando sceglie di lasciare l’incarico di responsabile dello sviluppo dei canali innovativi di Sanpaolo Wealth Management.«Avevo raggiunto una certa serenità economica - racconta -, quindi non è stata una scelta avventata. Il mio lavoro mi piaceva, ma non sono fatta per la "manutenzione ordinaria": quando una creatura è stata partorita, deve andare con le sue gambe». Così Delle Donne inizia la sua nuova avventura, bussando alle porte del carcere. «Ero consapevole di disturbare: disturbare la normalità, lo stato dell’arte, la quiete. Stavo entrando in un ambiente complesso, dove ci sono abitudini e regole precise». L’imprenditrice avvia quindi le pratiche per creare il laboratorio di "Made in Carcere", che produce "manufatti di valori": borse e altri accessori, ricavati da scarti della lavorazione tessile, con il duplice scopo di offrire una "seconda opportunità" alle donne detenute e una "doppia vita" ai tessuti. «Siamo partiti grazie ai miei fondi personali e ad alcuni sponsor, come Montepaschi e la Provincia, che ci hanno aiutato nella fase iniziale. Il primo articolo che ho brevettato è stato un collo per camicia, molto difficile da realizzare: poi è arrivato l’indulto e tutte le operaie sono uscite, quindi ho dovuto ricominciare daccapo». Un problema, quello del ricambio, che si ripete di continuo: «Tutte le volte che i detenuti escono si deve ricominciare. È come quando un figlio cresce: ti fa piacere che vada via, ma allo stesso tempo provi dolore perché sai che non lo vedrai più».Negli anni "Made in Carcere" è cresciuto e ora i prodotti vengono realizzati anche in altri istituti di pena, come quelli di Como e di San Vittore. Ma Luciana non vuole fermarsi: «Vorremmo dare al progetto una dimensione nazionale, grazie anche a Sigillo, iniziativa sponsorizzata dal Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), che supporta proprio la formazione in carcere». A Borgo San Nicola, intanto, l’imprenditrice ha avviato anche un progetto per la realizzazione di orti verticali, oltre ad estendere le attività di lavorazione dei tessuti: «Vogliamo creare una vera e propria cittadella del tessile, un unico grande spazio dove si possano realizzare le attività di taglio, cucito, stampa e logistica», spiega.Oltre a rappresentare un’opportunità per le detenute, "Made in Carcere" è un modello di business che funziona, come precisa la fondatrice: «Tutti gli attori hanno un ritorno: i detenuti, ma anche le aziende che donano gli scarti di tessuto: per loro si tratta di un’ottima soluzione in termini di responsabilità sociale d’impresa».