Economia

Il caso. Terzo mondo, deportati per l’olio di palma

Massimo Iondini mercoledì 25 marzo 2015
Ha raggiunto 110mila firme la petizione di greatitalianfoodtrade.it e ilfattoalimentare.it  contro il fenomeno del land grabbing che da una decina di anni sta provocando disastri ambientali, danni all’ecosistema e la cacciata dalle loro terre di milioni di abitanti di Africa, Asia e Sudamerica. Una "rapina delle terre" in nome dell’olio di palma, nuovo prodotto caro alle industrie alimentari e ai produttori di bio-combustibili. Così investimenti milionari di colossi industriali, fondi sovrani e finanza internazionale, con la complicità di governi locali corrotti e delle loro milizie, stanno provocando da dieci anni a questa parte una vera e propria  deportazione di massa, spesso alla base dei "viaggi della speranza" che così tante vittime stanno mietendo nel Mediterraneo e sulle nostre coste. La petizione internazionale da poco lanciata vuole dunque sensibilizzare non soltanto i governi e le istituzioni europee, ma anche grande distribuzione organizzata in Italia e in Europa, industrie e imprese agroalimentari, ristoranti, fast-food, hotel, associazioni di consumatori, confederazioni agricole, ong, ecc. Ma cosa potrebbero fare tutti questi soggetti? «Bandire l’olio di palma dai prodotti alimentari – dice l’avvocato Dario Dongo, esperto di diritto alimentare –. Come stanno facendo, tra i primi firmatari, catene come Coop, Esselunga, Ld Market, Md Discount e Ikea che lo hanno escluso dai prodotti a loro marchio. L’olio di palma tra l’altro, essendo molto ricco di grassi saturi, è nocivo come dimostra anche una recente ricerca dell’Università di Uppsala, in Svezia. Per la sua densità si presta bene all’uso alimentare industriale, ma più che cibo è più adatto a diventare bio-diesel». Un olio bocciato anche da Coldiretti che ne denuncia la pericolosità per la salute e l’allarmante incremento in campo alimentare: +19% le importazioni nel 2014, per 1,7 miliardi di chili.  Ma è la catastrofe ambientale e umanitaria la principale ragione per cui l’olio di palma rappresenta il nuovo nemico da combattere. «Colpisce la gran parte dei Paesi in via di sviluppo – spiega Dongo –. La crescente domanda di palma da olio spinta dall’industria alimentare, dei biocarburanti ma anche da quella dei prodotti per la casa, dei detergenti e dei cosmetici ha già provocato il massiccio disboscamento della foresta del Borneo. E nel Sudest asiatico la prima causa di emisione di Co2 è proprio la deforestazione per far posto alle palme da olio. Che ora stanno aggredendo l’Amazzonia, dopo aver invaso Africa sub sahariana, Kenya, Etiopia, Congo, Costa d’Avorio, Senegal, Sierra Leone e Nigeria». Con deportazioni di popoli già gravati da endemica povertà. «Queste multinazionali – svela Dongo – acquistano da governanti locali, spesso corrotti, appezzamenti dell’ordine di migliaia di ettari come se fossero liberi da persone e cose. Dopodiché milizie governative e mercenari provvedono allo sgombero di villaggi requisiti e rasi al suolo».