Economia

I CONTI DEGLI STATI. Debiti pubblici record, una bomba sui mercati

Marco Girardo giovedì 26 novembre 2009
Uno spettro si aggira per il mercati (e questa volta spaventerebbe anche Marx ed Engles): lo spettro del debito pubblico. Per contrastare la più grande recessione globale del Dopoguerra c’è chi ha deciso di tagliare le tasse (Germania), chi ha scucito 35 miliardi di «grande prestito per l’avvenire» (Francia) e chi ha dovuto incerottare il suo sistema finanziario statalizzando le banche (Gran Bretagna). Ma il conto da pagare, alla fine, potrebbe risultare molto salato: per salvare l’economia gli Stati hanno dovuto gonfiare a dismisura il debito pubblico. Secondo le stime dell’Fmi, nei Paesi del G20 salirà nel 2009 al 76,1% del Pil per poi passare all’82,1% nel 2010, fino a toccare l’86,6% nel 2014. Nel 2007, prima della crisi, il debito dei Paesi del G20 risultava pari al 62,4%. Per le economie avanzate del G20 il Fondo stima un debito del 100,6% nel 2009, del 109,7% nel 2010 e del 119,7% nel 2014.Chi ha comprato – e continua a comprare – quei debiti, composti in larga parte da bond sovrani come i Bot nostrani o i Bund tedeschi, ad un certo punto passerà all’incasso. E se i governi – si è chiesto qualche economista – non fossero in grado di ripagare i creditori? Tecnicamente si rischierebbe il default. Quanto è successo all’Argentina qualche anno fa. L’ipotesi, alquanto improbabile, è per ora un puro esercizio accademico. Ma sui mercati contano anche le sfumature, il «sentiment», in grado di condizionare – tanto quanto i «fondamentali economici» – i giudizi sull’affidabilità del debito (rating), l’andamento dei mercati del reddito fisso e la domanda di Titoli sovrani. Avendo aumentato ad esempio enormemente le emissioni di obbligazioni governative per finanziare il debito, molti Stati potrebbero incontrare a breve più di qualche difficoltà nel collocarli. A trovare cioè nuovi finanziatori in una situazione di «eccesso di offerta». E il mancato incontro fra domanda e offerta potrebbe innescare ripercussioni sistemiche sulla stabilità finanziaria.Andiamo per ordine. Nell’area Euro il debito salirà dal 78 all’84% del Pil nel 2010 per puntare al 95,6% del 2014. Negli Stati Uniti lieviterà del 22% quest’anno, passerà al 93,6% del Pil il prossimo per giungere a quota 108,2% nel 2014. Fatti due conti, per gli Usa si tratta già nel 2009 di 2000 miliardi in più che porteranno il debito pubblico a quasi 12mila miliardi di dollari, poco meno del Pil (circa 14mila).In Gran Bretagna – che secondo la Bri ha messo in campo misure al sostegno finanziario pari al 74% del Pil (più che negli Stati Uniti) – il debito pubblico potrebbe raggiungere il 159% del Prodotto interno. In Germania aumenterà sicuramente già quest’anno di 200 miliardi e in Francia di 130. In Giappone il debito pubblico è già al 170% del Pil mentre in Italia, nei primi sei mesi dell’anno, è aumentato di circa 90 miliardi, raggiungendo il record storico dei 1752,2 miliardi di euro. Ecco perché si prevede che nel solo 2009 l’Europa avrà piazzato sul mercato obbligazioni per 800 miliardi di euro, in massima parte per coprire i nuovi disavanzi. A livello globale le nuove emissioni supereranno invece i 3mila miliardi. Non basta: si calcola che nel 2010 Usa ed Europa dovranno rifinanziare Titoli di Stato in scadenza rispettivamente per poco meno di 3mila miliardi di dollari (quasi la metà nelle casse asiatiche) e circa 850 miliardi di euro. L’Italia ne possiede una buona fetta (vedi grafico sotto, ndr), tanto che nei prossimi 12 mesi dovrà rimborsarne 170.Ora che il costo del denaro è nel mondo ai minimi storici (1% nella Ue e quasi "zero" negli Usa), gli interessi sul debito sono di conseguenza bassi. Ma che succederà quando le Banche centrali inizieranno ad alzare i tassi per fare in modo che l’immensa liquidità con cui è stato inondato il sistema finanziario possa venire lentamente riassorbita? Ripagare i propri debiti, per gli Stati, diventerà infatti più oneroso. Nel frattempo, grazie al denaro facile, le Borse sono decollate, tanto che la stessa Fed, per la prima volta, ha parlato di «speculazione non necessaria e da monitorare».I mercati di tutto questo hanno però paura. E lo esprimono attraverso l’aumento delle coperture anti-defualt, strumenti chiamati Credit default swap (Cds). Sono in pratica le polizze che gli investitori utilizzano per coprirsi dal rischio che un Paese diventi insolvente. Il costo per assicurarsi dal crac di un colosso come gli Stati Uniti è aumentato nell’ultimo mese del 90%, quello per proteggersi dal default britannico del 60%. Solo un segnale, certo, e per di più soggetto alla speculazione. Ma che rivela quanto sarà importante un coordinamento globale delle "exit strategy", le strategie di uscita dalle misure di stimolo economico che hanno trasformato i debiti pubblici da palloncini a mongolfiere. E il cui eventuale scoppio, considerate le dimensioni, sarebbe devastante.