Economia

ISTAT. Famiglie, crolla il potere d'acquisto ma c'è fiducia

livello di spe mercoledì 22 maggio 2013
Un atteggiamento tendenzialmente positivo, nonostante gli effetti della crisi. Gli italiani si sentono soddisfatti per i propri aspetti relazionali, la salute e il tempo libero. E guardando al futuro, malgrado l'insoddisfazione per la situazione economica, ci si sente più positivi e sono soprattutto i giovani fino a 34 anni a essere i più ottimisti. È quanto emerge dal Rapporto annuale 2013 dell'Istat. Nel 2012, si legge, nonostante la recessione, i cittadini hanno continuato a tracciare un bilancio prevalentemente positivo della propria qualità della vita: 6,8 è il punteggio medio da essi espresso.Anche la soddisfazione per il tempo libero, che nell'ultimo decennio si è costantemente assestata su quote rilevanti (intorno al 63%) è aumentata: i molto soddisfatti passano dal 13,4% del 2011 al 15,6%.L'insoddisfazione per la situazione economica non sempre pregiudica un giudizio positivo sulla propria vita. Il 21,6% di coloro che dichiarano elevati livelli di soddisfazione per la propria vita nel complesso è insoddisfatto della propria situazione economica, ma è soddisfatto per gli aspetti relazionali, la salute e il tempo libero.Guardando al futuro, il 24,6% degli italiani pensa che la propria situazione personale migliorerà nei prossimi cinque anni. Il 23,5% ipotizza un peggioramento, il 23,3% dichiara uno stato di dubbio e incertezza, mentre il 28,5% ritiene che la situazione resterà uguale. Nonostante siano particolarmente colpiti dalla crisi, i giovani fino a 34 anni si mostrano più ottimisti degli altri: il 45% ritiene che la propria situazione migliorerà. Se si risiede in aree più ricche e più dinamiche o si è più istruiti, l'atteggiamento verso il futuro è più positivo: chi vede una prospettiva di miglioramento nei prossimi cinque anni è il 27,1% tra i residenti al Nord, scende al 24,1% al Centro e diventa il 21,6% nel Mezzogiorno; chi possiede un titolo di studio elevato confida in una prospettiva favorevole in misura quasi doppia rispetto a chi ha al massimo l'obbligo scolastico (il 35% rispetto al 13,9%). Avere un lavoro è importante per una visione positiva del proprio futuro. Il 29,6% degli occupati è ottimista al riguardo, soprattutto tra chi riveste un ruolo dirigenziale o imprenditoriale (32,5%) e tra le donne (30,8% delle occupate). Rispetto agli anni precedenti, tuttavia, l'incertezza della situazione economica e sociale si riflette sullasoddisfazione espressa per la vita in generale. Diminuisce la quota di persone di 14 anni e più che dichiara alti livelli di soddisfazione (associati a un punteggio tra 8 e 10), che passa in un solo anno dal 45,8% al 35,2%. Tra il 2011 e il 2012 la soddisfazione dei cittadini per la propria situazione economica è diminuita di 5,7 punti percentuali.Nel 2012 ha dichiarato di essere soddisfatto per questo aspetto solo il 42,8% della popolazione di 14 anni e più. Inoltre è aumentata la percentuale dei poco soddisfatti (dal 36,1% al 38,9%) e soprattutto quella dei per niente soddisfatti (dal 13,4% al 16,8%). La soddisfazione per la propria situazione economica, oltre a riguardare quote decisamente inferiori di popolazione rispetto a quanto invece si riscontra per altri ambiti di vita, è in declino dal 2001, con punte particolarmente negative in occasione delle fasi recessive, al ricorrere delle quali si è anche ampliato il divario tra regioni settentrionali e meridionali. La quota di residenti soddisfatti della propria situazione economica è molto differente tra aree del Paese e passa dal 50% del Settentrione, al 44,3% del Centro e al 32% del Sud e Isole. Anche dai dati sulla fiducia dei consumatori emerge che una quota crescente di cittadini sta dando indicazioni pessimistiche sulle condizioni economico-finanziarie proprie e del sistema economico nel complesso, raggiungendo livelli minimi a partire dal 1993. Diverso è l'andamento delle altre componenti del benessere individuale dei cittadini. Rispetto al 2011, nel 2012 aumenta la soddisfazione per le relazioni familiari e amicali: le persone di 14 anni e più che nel 2012 si dichiarano molto soddisfatte per le relazioni familiari sono il 36,8% (nel 2011 erano il 34,7%), per le relazioni amicali tale quota è pari al 26,6% (24,4% nel 2011). La soddisfazione per la salute è molto diffusa nonostante l'elevata età media della popolazione: l'80,8% degli individui di 14 anni e più esprime un giudizio positivo, percentuale sostanzialmente stabile nel tempo nonostante l'invecchiamento della popolazione.Anche le prospettive per il futuro sembrano legarsi al livello della soddisfazione per la propria vita. Tra quanti valutano la propria vita in modo molto positivo (ovvero indicano un punteggio compreso tra 8 e 10), il 33,8% pensa ad un futuro migliore e il 32,3% al massimo uguale a quello attuale. Nonostante la favorevole situazione personale, il 13,4% di essi pensa comunque che peggiorerà.L'analisi dei dati che risultano dalle indagini condotte mensilmente dall'Istat sulla fiducia delle famiglie evidenzia che i cittadini, nel prevedere la situazione economica futura, tendono a essere sistematicamente più pessimisti sull'evoluzione generale che sulle prospettive economiche della propria famiglia.Analogamente, gli individui mostrano una tendenza a essere più critici nel valutare la situazione economica in corso, specie se si tratta di quella aggregata. Ciò avviene indipendentemente dalla zona del Paese in cui si vive, dal genere o dalle altre caratteristiche socio-demografiche. Ogni ambito di vita incide differentemente sulla soddisfazione generale. Sono le variazioni della situazione economica a incidere di più sulla probabilità di essere particolarmente soddisfatti della propria vita, seguono la salute e poi gli altri aspetti. Tra questi ultimi però è fondamentale un'alta qualità delle relazioni familiari e amicali. Per i meno o per nulla soddisfatti della vita nel complesso, invece, il peso della situazione economica conta meno e sono le condizioni di salute a fare la vera differenza, seguite dai restanti domini relativi alla vita personale. Le analisi effettuate mostrano che per controbilanciare la diminuzione consistente del livello di soddisfazione economica tanto da mantenere la stessa probabilità di essere soddisfatti per la vita nel complesso è necessario associare livelli elevati di soddisfazione per gli aspetti non economici. Nel 2012 la soddisfazione per questi aspetti è cresciuta, ma in misura non sufficiente e l'effetto netto è stato un calo della soddisfazione generale. Per chi è occupato, il lavoro è una componente fondamentale della soddisfazione generale, più ancora della soddisfazione economica, o degli altri aspetti. Tuttavia, l'equilibrio tra lavoro, famiglia e tempo libero rimane fondamentale per la qualità della vita. L'impatto della soddisfazione per le relazioni amicali è invece minimo, forse perché già nel contesto lavorativo si sviluppano le relazioni sociali. I risultati pongono il lavoro come la componente più rilevante della soddisfazione complessiva: il 75% è soddisfatto ormai da anni, soprattutto per il "contenuto del lavoro stesso".CROLLA IL POTERE DI ACQUISTOLe analisi presentate nel Rapporto mostrano che esiste una relazione tra livello della spesa per consumi e valutazioni dei cittadini sulla situazione economica propria e del Paese. Emerge inoltre una forte sensibilità di tali valutazioni individuali alle modifiche nella composizione delle scelte d'acquisto indotte dalla circostanze economiche. In particolare, se le difficoltà economiche inducono i cittadini a privarsi di parte di quelle spese che, pur non rientrando tra quelle considerate strettamente necessarie, sono ritenute importanti, il loro sentimento sulla situazione generale del Paese ne risente negativamente.Il calo del potere d'acquisto delle famiglie, causato soprattutto "dall'inasprimento del prelievo fiscale", ha provocato la più forte riduzione dei consumi dagli anni Novanta. È quanto emerge dal Rapporto annuale dell'Istat. "Il potere d'acquisto delle famiglie è diminuito del 4,8%. Si tratta - si legge nel rapporto - di una caduta di intensità eccezionale che giunge dopo un quadriennio caratterizzato da un continuo declino". A questo andamento hanno contribuito soprattutto "la forte riduzione del reddito da attività imprenditoriale e l'inasprimento del prelievo fiscale", spiega l'Istituto di statistica. Per far fronte al calo del reddito disponibile, le famiglie hanno ridotto dell'1,6% la spesa corrente per consumi: ciò corrisponde a una flessione del 4,3% dei volumi acquistati, la più forte dall'inizio degli anni Novanta. DISOCCUPAZIONE GIOVANILE: +5% NEL 2012. ITALIA PRIMA IN UE PER I NEETIl tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 29 anni tra il 2011 e il 2012 è aumentato di quasi 5 punti percentuali, dal 20,5 al 25,2% (dal 31,4 al 37,3% nel Mezzogiorno). Dall'inizio della crisi, nel 2008,  l'incremento registrato è di ben dieci punti percentuali. L'Italia ha, inoltre, la quota più alta d'Europa (23,9%) di giovani 15-29enni che non lavorano nè frequentano corsi di istruzione o formazione (i cosiddetti Neet, Not in Education, Employment or Training): si tratta di 2 milioni e 250 mila giovani. Tra il 2011 e il 2012, inoltre, il numero di Neet è aumentato del 4,4%. Lo attesta il Rapporto annuale 2013 - La situazione del Paesè redatto dall'Istituto nazionale di statistica (Istat) presentato oggi a Montecitorio.Negli anni della crisi le opportunità di ottenere o conservare un impiego per i giovani si sono significativamente ridotte: tra il 2008 e il 2012 gli occupati 15-29enni sono diminuiti di 727 mila unità (di cui 132 mila unità in meno nell'ultimo anno) e il tasso di occupazione dei 15-29enni è sceso di circa 7 punti percentuali (-1,2% nell'ultimo anno) raggiungendo il 32,5%. Lo stesso dato nel 2012 si attesta, invece, al 72,7% per i 30-49enni e al 51,3% per i 50-64enni. La laurea protegge di più dagli eventi negativi del mercato del lavoro: il divario tra tassi di occupazione dei 20-34enni laureati e diplomati da non più di tre anni in Italia è in forte e continua crescita (da 5,4 punti percentuali del 2006 a 15 punti del 2011), sia per le donne che, in misura più accentuata, per gli uomini. Dalle rilevazioni dell'Istat emerge, infine, che alcuni effetti della crisi sulle opportunità di sbocco dei laureati avrebbero enfatizzato il ruolo dell'estrazione sociale, che incrementa, a favore delle classi più alte, la probabilità di trovare lavoro o di ottenere una retribuzione più elevata: ciò influisce negativamente sulla mobilità sociale.PER IL 62,9% DEGLI ITALIANI GLI IMMIGRATI NON TOLGONO LAVORONonostante la crisi economica, gli immigrati non sembrano rappresentare un pericolo per gli italiani in riferimento al posto di lavoro: il 61,4% dei cittadini è d'accordo con l'affermazione che "gli immigrati sono necessari per fare il lavoro che gli italiani non vogliono fare" e il 62,9% è poco o per niente d'accordo con l'idea che "gli immigrati tolgono lavoro agli italiani". È quanto emerge dal Rapporto annuale Istat 2013. In generale, dunque, l'opinione per cui il lavoro degli immigrati va a sostituire la forza lavoro locale sulle mansioni evitate dagli italiani sembra prevalere sulla percezione di una rivalità sul mercato del lavoro. Ma alcune fasce della popolazione avvertono una competizione nell'aggiudicarsi risorse scarse, in particolare il posto di lavoro: anche se l'86,7% degli italiani è d'accordo nel ritenere che ogni persona dovrebbe avere il diritto di vivere in qualsiasi Paese del mondo, superano il 50% coloro i quali sostengono che, in condizione di scarsità di lavoro, i datori di lavoro dovrebbero dare la precedenza agli italiani rispetto agli stranieri.È il titolo di studio di chi risponde alle domande a influenzare maggiormente la probabilità di percepire gli immigrati come dei competitor e il conseguente riconoscimento per gli italiani di un diritto di precedenza nell'accesso al mercato del lavoro: i meno istruiti - cioè chi non ha più della licenza media - hanno una probabilità più che doppia di quella dei laureati di essere d'accordo piuttosto che contrari. Ed è nelle regioni settentrionali e in particolare nel Nord-est che la probabilità di affermare un diritto di precedenza per gli italiani è maggiore rispetto a chi vive nel Centro. Oltre l'80% degli italiani apprezza la convivenza tra culture diverse, dal momento che si dichiara poco o per niente d'accordo con l'affermazione che "è meglio che italiani e immigrati stiano ognuno per conto proprio" (81%) oppure che "l'Italia è degli italiani e non c'è posto per gli immigrati" (81,2%). Resta tuttavia un 20% circa della popolazione, pari a 8 milioni di persone, che mostra posizioni di maggiore chiusura nei confronti di una società multiculturale. E una percentuale molto vicina a questa (21,7%) esprime un'opinione negativa su un aspetto specifico della società multiculturale rappresentato dall'aumento di matrimoni e unioni miste.