Economia

OCCUPAZIONE. Nuove tutele in azienda: piccoli contratti crescono

Francesco Riccardi sabato 21 maggio 2011
Difesa dell’occupazione e del reddito, anzitutto. Ma sempre più anche il welfare integrativo assicurato dagli enti bilaterali. Poi la gestione degli orari, la flessibilità e la conciliazione famiglia-lavoro. E ancora la formazione, l’occupabilità, la produttività. C’è un patrimonio ancora in buona parte nascosto, anche se già abbastanza esteso, nella contrattazione di secondo livello in Italia. Gli accordi stretti a livello aziendale o territoriale, sui quali hanno deciso di scommettere sindacati e imprenditori con l’accordo di riforma del 2009 (non firmato dalla Cgil), rappresentano infatti uno strumento in grado di dare molteplici risposte positive alle specifiche esigenze produttive, coniugate con le necessità dei dipendenti.La novità è che i punti di sintesi tra interessi diversi, gli equilibri di compensazione individuati, appaiono molto spesso assai più consistenti delle tutele che il contratto nazionale, uniforme, "minimo comun denominatore" per definizione, riesce ad assicurare.E così molti di questi contratti di secondo livello rappresentano dei veri e propri modelli cui ispirarsi, delle buone pratiche che val la pena di pubblicizzare. Come ha deciso di fare la Cisl della Lombardia con la "Fiera della contrattazione", quest’anno alla sua seconda edizione (vedi box a lato). Un’esposizione nella quale le "merci" in bella mostra sono appunto i migliori contratti integrativi stipulati nel 2010, selezionati tra i 562 segnalati, a riprova della vivacità del confronto e della contrattazione anche in un periodo di crisi come quello da cui stiamo (faticosamente) uscendo. Accordi emblematici in diversi ambiti: dalle intese territoriali degli edili a quello della Franz Isella per valorizzare premi di risultato e produttività, dalla costruzione di un welfare contrattuale, come alla Tecnofar o alla Patheon, alla gestione degli orari e delle deroghe alla Saati e all’ospedale Manzoni di Lecco, fino alla gestione delle crisi con la ricollocazione degli addetti dell’arsenale di Pavia e la flessibilità contrattata alla Lanfranchi di Brescia.La contrattazione di secondo livello non è ancora generalizzata: si stima infatti interessi il 35% circa dei lavoratori dipendenti, ma con situazioni estremamente differenti per settore produttivo e territorio, con punte del 90% nelle Tlc, del 50% nel chimico e al Nord, mentre meno consistenti sono le percentuali più si scende a Sud e più ci si spinge verso i servizi e le micro-imprese. «La nostra percezione è di una crescita netta sia per quantità, sia soprattutto per qualità dei contenuti – spiega Giorgio Caprioli, responsabile dell’osservatorio sulla contrattazione della Cisl Lombardia –. La maggior parte degli accordi che abbiamo analizzato riguardano le medie imprese tra 100 e 400 dipendenti. Poi ci sono naturalmente i grandi gruppi, ma la vera scommessa per il futuro è ampliare il secondo livello alle piccole e piccolissime aziende attraverso gli accordi territoriali». Alcuni esempi significativi, come l’intesa per i panificatori lombardi (vedi articoli a lato), ne mostrano i vantaggi per i lavoratori.Lo sviluppo della contrattazione di secondo livello, però, rimane condizionato dagli spazi lasciati liberi dalla riduzione del perimetro e della prescrittività del primo livello, quello nazionale. Questione che agita il dibattito fra i sindacati non meno che tra gli imprenditori. La Cgil, che non ha firmato l’intesa di riforma del 2009 ha mostrato sì qualche parziale apertura nell’ultimo documento del consiglio generale, ma resta contraria alla politica delle deroghe al contratto nazionale per regolare materie a livello aziendale. Dall’altra parte, come dimostra il caso Fiat, gli stessi industriali si trovano a dover fronteggiare la spinta di alcuni gruppi e settori che vorrebbero passare direttamente a contratti solo aziendali. In mezzo Cisl e Uil intenzionate a sviluppare al massimo il secondo livello, lasciando però al contratto nazionale la funzione di cornice generale. Ieri si è tornato a discuterne in un primo incontro tra il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, e i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil. Ma, al di là del ritorno di Susanna Camusso al confronto, non si sono fatti passi avanti significativi.«Le distanze restano notevoli», ha confermato Raffaele Bonanni. Legata alla questione dei contratti c’è infatti quella della rappresentanza e della sua misurazione. La Cisl è pronta alla certificazione degli iscritti e poi a demandare alle diverse categorie la regolamentazione del voto dei lavoratori su piattaforme e contratti. La Cgil, invece, oltre alla certificazione degli iscritti, vorrebbe regolare per legge le modalità di espressione su piattaforme e accordi di tutti i lavoratori. E così il dialogo "a quattro" non procede. Mentre Cisl e Uil si sono dette disposte a continuare, se necessario, con le intese separate.