Economia

Poletti: «Con il Jobs act non solo posti»

Luca Mazza venerdì 16 gennaio 2015
​La disoccupazione? Non è esclusivamente una questione di numeri. Non è importante soltanto trovare un posto qualunque per chi oggi è a spasso. È fondamentale anche quale tipologia di impiego offrire ai giovani (e meno giovani) a caccia di un’occasione per dimostrare quanto valgono. Il governo, insomma, non mette in secondo piano la sfida della qualità del lavoro. Giuliano Poletti lo dice chiaramente all’inaugurazione del ciclo di incontri organizzati dall’Università Cattolica del Sacro Cuore per celebrare il 15° anno di attività della facoltà di Economia di Roma: «Per noi, la qualità del lavoro conta esattamente come la quantità. Del resto siamo convinti che, se manca la prima, la situazione occupazionale non migliora. Inoltre, l’Italia non può permettersi di abbassare il livello attuale perché ci sono Paesi in cui il salario è molto più basso del nostro. È necessario tenere alta l’asticella, investire sulla formazione, favorire l’alternanza tra scuola e lavoro e premiare chi si impegna e ci prova».Ad ascoltare il ministro del Lavoro c’è una platea di universitari preoccupati per il proprio futuro professionale. Sono giovani allarmati dalla prospettiva di non riuscire a trovare sbocchi adeguati al percorso di studi intrapreso. Poletti sceglie di non soffermarsi sugli aspetti specifici del Jobs act. Nella sua "lezione" non parla di articolo 18, né affronta altre questioni tecniche. Il ministro preferisce raccontare agli studenti quale logica ha spinto l’esecutivo a mettere in campo una serie di azioni per migliorare il mercato del lavoro. «Più della norma in sé, conta la visione di fondo – afferma –. La prima regola deve essere: creare maggiori e migliori opportunità d’impiego. Bisogna passare da un’assistenza passiva a un’inclusione attiva. E per farlo servono sia operazioni strutturali sia interventi che portino risultati già nel breve periodo». L’ex presidente di Legacoop non fa fatica ad ammettere che si tratta di un compito particolarmente complesso: «Anche perché veniamo da decenni di immobilismo. Mentre il mondo andava a cento all’ora, questo Paese è rimasto fermo. Adesso è indispensabile un cambiamento radicale». Secondo Poletti, criticare l’operato del governo Renzi prima di vedere i risultati che avrà sull’occupazione il pacchetto di norme varato, non ha senso: «Magari bisognava indignarsi quando si decise che un dipendente pubblico doveva lavorare 36 ore a settimana mentre un muratore 40. Oppure quando si stabilì che bastavano 16 anni e mezzo di contributi per andare in pensione. Invece non ricordo rivolte dei partiti o dei sindacati in quelle circostanze». I riferimenti a quanto avvenuto in passato, però, lasciano presto spazio agli obiettivi da centrare nel prossimo futuro. E, per il ministro, qualche effetto positivo è già visibile sul fronte industriale. «C’è un dinamismo importante che si sta mettendo in moto – dice, riferendosi ai recenti accordi con cui alcune multinazionali straniere hanno "salvato" realtà produttive italiane come l’ex Irisbus di Avellino o la Lucchini di Piombino –. Ci sono investitori internazionali che hanno deciso di venire nel nostro Paese e investire in aziende in crisi magari da sei anni». La ripresa occupazionale, invece, sarà inevitabilmente più lenta. Poletti, infatti, ritiene illusorio pensare che una riduzione drastica del numero dei senza-lavoro si possa verificare nel giro di pochi mesi. «Bisogna avere pazienza per esaminare sistematicamente gli esiti di quanto abbiamo fatto – ammette –. Perché, da sempre, in seguito a ogni crisi economica, l’occupazione è l’ultima cosa che riparte». Al termine del convegno, il titolare del dicastero del Lavoro garantisce che entro metà febbraio verrà definito il decreto per la riduzione delle tipologie contrattuali: «Abbiamo un mese di tempo per mettere a punto la parte essenziale dei decreti attuativi del Jobs act. E uno dei primi sarà quello riguardante la lotta alla precarietà. È un impegno che abbiamo assunto e vogliamo rispettarlo».