Economia

Economia. Tasse sulla casa triplicate

Eugenio Fatigante giovedì 28 agosto 2014
​La resa dei conti comincerà fra meno di 50 giorni. Allora, infatti, la stragrande maggioranza dei proprietari di casa si presenterà alla cassa per versare il tributo sull’abitazione principale, che quest’anno si chiama Tasi. E, fatti due conti assieme alla Tari (nuovo nome, invece, della tassa sui rifiuti) i cui bollettini - generalmente in aumento rispetto al 2013 - stanno arrivando in questi giorni nelle case di molti italiani, scoprirà così un’amara sorpresa: che nella generalità dei casi ci si trova a pagare una somma superiore a quella dell’anno scorso. È anche per questo, oltre che per la disoccupazione crescente, che Matteo Renzi vuole sbrigarsi nel dare segnali nuovi sul fronte dell’economia. Perché sa che, da qui a fine anno, l’umore (e il consenso) degli italiani potrebbe entrare in territorio negativo. Quando scopriranno cioè quello che Confedilizia (l’associazione dei grandi proprietari) sostiene da tempo: nel 2014 il gettito globale sugli immobili dato dalla Tasi e dalla vecchia Imu (rimasta in vigore per le seconde case e le prime "di lusso") arriverà a una cifra fra i 24 e i 28 miliardi di euro, vale a dire il triplo rispetto ai 9,2 miliardi dell’Ici 2011 e di più anche rispetto al picco dei 23,7 miliardi incassati dallo Stato nel 2012.Per di più, anche quest’anno si rischia l’effetto caos. Come fu un anno fa, ai tempi del governo Letta, con tanto di coda di "mini-Imu" e di addizionale sulla Tares-rifiuti. A oggi, infatti, sono pochi i Comuni che hanno pubblicato la delibera relativa alla Tasi. La riprova è facile: basta andare sul portale www.finanze.it e digitare il nome del proprio Comune: in oltre la metà dei casi apparirà la scritta "Non ci sono delibere relative all’anno selezionato". Sono solo 3.635 su circa 8mila quelli già in regola. Pochi, specie ricordando che 2.187 Comuni avevano già deciso entro fine maggio (sono quelli, compresi molti capoluoghi di provincia, in cui i proprietari hanno già versato l’acconto il 16 giugno scorso). Un problema che caratterizza soprattutto il Sud: la Sicilia, dove finora ha deciso solo un Comune su 7, e Puglia, Basilicata e Calabria (1 su 5).Occorre, a questo punto, fare un po’ di chiarezza. Gli italiani che dovranno andare in cassa il 16 ottobre per la Tasi sono i proprietari che risiedono nei Comuni che invieranno al dipartimento Finanze entro il 10 settembre le delibere approvate, che devono poi essere pubblicate sul sito entro il 18 di settembre (peraltro per Imu e Tari c’è tempo invece entro fine settembre, ma anche le scadenze di pagamento sono diverse). Nel caso che non sia rispettato questo calendario, la legge prevede comunque un’ultima chance: si dovrà versare l’imposta in unica soluzione il 16 dicembre, con l’aliquota-base dell’1 per mille (ma senza detrazioni). E il 16 dicembre è anche la scadenza della seconda rata per quanti hanno versato l’acconto a giugno, tenendo conto però delle nuove aliquote che il Comune può modificare sempre entro il 10 settembre. Un’ipotesi non remota: a oggi si contano circa 200 Comuni che hanno ritoccato la delibera Tasi.Insomma, come si può intuire, è un autentico ginepraio. Quel che interessa, però, resta "quanto" ciascun proprietario dovrà pagare. Mancando ancora più della metà delle delibere, è chiaro che una stima precisa non è possibile. Un dato di partenza tuttavia c’è: a giugno sono stati incassati 10,2 miliardi, cioè 300 milioni in più dei 9,9 miliardi raccolti dalla sola Imu nel 2012 (il raffronto col 2013 non si può fare per via della parziale abolizione). Una mazzata resa possibile soprattutto dalla rivalutazione del 60% delle rendite catastali decisa dal governo Monti. C’è poi l’elaborazione del Servizio politiche territoriali della Uil, per il quale la sola Tasi sarà più cara dell’Imu per una famiglia su 2, nel 52,6% dei casi monitorati. Col paradosso, per di più, che in genere si pagherà di meno nelle città che avevano un’Imu prima casa alta, tra il 5 e il 6 per mille (mentre la Tasi è prevista al massimo al 2,5, che può salire di un ulteriore 0,8 - quindi al 3,3 per mille - ma con l’obbligo in questo caso di fissare le detrazioni). A Roma, per esempio, per un’abitazione di classe A2 e una famiglia senza figli sono previsti risparmi medi da 50 a 145 euro. Senza figli, però; e questa è l’ulteriore beffa perché, come temuto, non tutti i Comuni hanno stabilito le agevolazioni nella stessa misura prevista da Monti nel 2012, cioè 200 euro per le prime case più 50 euro a figlio (a Ferrara, curiosamente, sono state disposte solo dal 3° figlio in poi). Il risultato finale è che rischiano di pagare di più soprattutto 3 categorie: le famiglie numerose, i proprietari d’immobili con rendite catastali basse e chi abita in città "virtuose", che prima tenevano la vecchia Imu molto bassa. Perché, pur venendo ridotta l’aliquota, il diverso "peso" delle detrazioni penalizza questi italiani.