Economia

LA PARTITA NEL GOVERNO. Berlusconi resiste: non voglio tasse

Marco Iasevoli venerdì 12 agosto 2011
Il forcing del Colle arriva come una manna dal cielo sulle fratture interne all’esecutivo. Berlusconi in serata convoca di nuovo Tremonti, Bossi e lo stato maggiore della Lega, e se possibile è ancora più assertivo: «L’Europa spinge, la Bce spinge, Napolitano ha convocato anche le opposizioni per evitare ogni ostruzionismo e ci ha raccomandato la massima velocità... Umberto, siamo costretti...». Insomma, il classico "tempo tiranno", stavolta, dà una mano al premier. Che assecondando il ritmo imposto dal Colle fissa un calendario strettissimo: tra oggi pomeriggio e domani mattina, a mercati chiusi, dovrebbe svolgersi il Cdm che varerà il decreto anticrisi. Fonti di palazzo Chigi assicurano che per definire il testo, ormai, è questione di dettagli. I nodi sono alla luce del sole: la resistenza di Bossi a una stretta sulle pensioni e quella di Berlusconi a qualsiasi misura che possa somigliare ad un aumento della pressione fiscale o ad una "punizione" per i ricchi. Il Cavaliere è convinto che il Senatur, dopo il passaggio al Quirinale previsto in mattinata, arriverà a più miti consigli e accetterà il compromesso che sta scrivendo Tremonti. Quanto alla superimposta, nella notte il premier ha portato l’ultimo assalto al ministro dell’Economia: «Ci giochiamo la nostra credibilità, lo vedi anche tu che i nostri sono in fibrillazione». È un riferimento alle tante voci di parlamentari azzurri che hanno "aggredito" il titolare del Tesoro subito dopo la sua audizione alle Camere. «Siamo liberali, non di sinistra, la gente ci chiede riforme, non prelievi una tantum...», ha insistito Berlusconi contando anche sull’isolamento politico del Tesoro. In dote al vertice di maggioranza, cui hanno presenziato anche il segretario Pdl Angelino Alfano e i capigruppo azzurri, Berlusconi ha portato anche la chiacchierata di 40 minuti che nel primo pomeriggio ha avuto con Mario Draghi. Da diversi giorni i due si sentono con costanza, ed è noto che la lettera Bce giunta la settimana scorsa sul tavolo del premier e del ministro dell’Economia è vergata anche dal governatore di Bankitalia. Draghi è giunto a palazzo Chigi risentito degli attacchi di Bossi («Temo che vogliono far cadere il governo...»), ma il Cavaliere l’ha rassicurato sulla ferma intenzione dell’esecutivo di procedere al risanamento senza impantanarsi nelle dispute interne. Conversazioni che il premier riporta quasi parola per parola al fine di stringere nell’angolo chi è scettico verso il decreto in elaborazione. Dunque, volenti o nolenti, si accelera. Se è vero che il Cdm si terrà nelle prossime ore, allora si comprende meglio quanto anticipato da Renato Schifani, presidente del Senato, a margine del suo colloquio con il Colle: «Dopo Ferragosto le commissioni possono iniziare l’esame del provvedimento». Dunque la seconda metà del mese sarà impiegata per apportare emendamenti e correttivi al decreto. Lavorando a ritmi serrati, si riuscirebbe a convocare le Aule per la conversione definitiva in legge ad inizio settembre. Sarebbe il secondo "record" dopo quello realizzato a luglio, quando la manovra fu approvata in cinque giorni. E anche in questo caso il Colle ha bonificato il territorio chiedendo che non ci siano ostruzionismi da parte delle opposizioni. Certo, si naviga a vista. Il dopo-decreto è ancora oscuro. I gruppi in Aula fremono. Ieri Calderoli dispensava preoccupanti battute sui giorni della maggioranza. E Berlusconi sa che il boccone amaro che tanti dovranno digerire in queste ore potrebbe trasformarsi in una trappola autunnale. Ma il pressing intorno all’Italia impedisce ragionamenti che vadano troppo in là.