Economia

Fisco. «Assolvete Dolce e Gabbana»

Luigi Gambacorta mercoledì 26 marzo 2014
Dolce e Gabbana «pensano in grande come si conviene alla squadra di un grande gruppo italiano della moda presente in tutto il mondo». Pubblicità involontaria di Gaetano Santamaria, elegante procuratore generale che, titolare dell’accusa, ha chiesto nell’ultimo giudizio d’appello l’assoluzione con formula piena di Stefano Gabbana e Domenico Dolce dall’accusa aver gabbato fraudolentemente il fisco italiano. Questo dopo un accidentato percorso processuale che dal 2008 ha costretto i due stilisti a rispondere di reati sempre aggiornati. Truffa la prima volta, risolta con un’assoluzione in udienza preliminare; violazione tributaria per la Cassazione, che ordinò un nuovo processo; omessa dichiarazione dei redditi (2004-2005) per la corte d’Appello che condannò a un anno e otto mesi. La reazione di Stefano e Domenico fu extragiudiziale: manifesti, paginoni di pubblicità, serrata per denunciare una «persecuzione e gogna non più sopportabili». L’inchiesta originaria della Guardia di finanza contestava agli stilisti una furbizia, la creazione della Gado società per lo sfruttamento del marchio, e l’averla collocata in Lussemburgo il cui regime fiscale è favorevole.Tutto liquidato dal procuratore. A cominciare dalla sentenza della Cassazione, «corposa ma generica». Santamaria ha ricordato che comunque D&G ha versato 40 milioni al fisco italiano. «Come cittadino e contribuente italiano – ha spiegato – posso indispettirmi, rabbuiarmi (che l’aliquota col trasferimento è passata dal 45 al 4%). Posso plaudire alla Guardia di finanza e aspettarmi un intervento su Marchionne e sulla Fiat quando sarà trasferita in Olanda. Ma la comunità europea ha detto che queste operazioni sono legittime, che nessuna norma vieta questa ristrutturazione del gruppo, che cedere marchi è lecito, che il trasferimento un paese della comunità rientra nelle libera scelta imprenditoriale e nel diritto alla libera circolazione».La scelta del Lussemburgo era finalizzata allo sbarco in Borsa, quella del principato è la più vivace d’Europa perché il suo regime fiscale è in grado ai attrarre capitali, «e cosa vuole una società se non attrarre capitali?». La sede nel principato era minuscola, ma «pienamente adeguata alle esigenze». Il personale all’osso perché le «odierne realtà vogliono abbattere costi fissi di beni strumentali e non avere a che fare con dipendenti, sindacati e quant’altro». Dolce e Gabbana non si interessavano di amministrazione. Dunque ,«una condanna penale contrasta con il buon senso giuridico».