Economia

Inchiesta. Tennenbaum: «L’alternativa al Pil? È fisica»

Leonardo Servadio sabato 11 luglio 2015
I soldi non si mangiano. Una scoperta dell’acqua calda che sarebbe una rivoluzione copernicana, se fosse pienamente integrata nei ragionamenti economici. A questo punta Jonathan Tennenbaum, matematico statunitense trapiantato a Berlino che ha appena pubblicato un elaborato volume (leggibile online nel sito Web www.physicaleconomy.com). Suo scopo è proporre una teoria dell’economia fisica, distinta da quella finanziaria: «L’economia fisica non riguarda la domanda e l’offerta, i prezzi e i mercati, l’equilibrio, i cicli congiunturali... Sono tutti aspetti di breve periodo. Sul lungo periodo il destino dell’economia è dato dalla scienza e dalla tecnologia, dalle infrastrutture, dall’educazione e dalla cultura». Certo, Keynes notava che sul lungo periodo saremo tutti morti, ma le organizzazioni sociali durano nel tempo e determinano la vita delle persone: Tennenbaum evidenzia che sta agli Stati e agli accordi tra questi dare un indirizzo alle attività economiche. Come? Agendo proprio su quegli aspetti che peraltro oggi non sono assunti come primari, perché il concetto di crescita è visto con gli occhi di quel che l’autore chiama "Falso dio degli economisti": il Pil. Perché le quantità monetarie su cui questo si fonda risultano spesso estranee all’importanza che beni e servizi così valutati hanno per la vita delle persone: «Nel periodo precedente al crollo finanziario l’economia misurata col Pil risultava in eccellenti condizioni». Come passare a privilegiare l’economia reale? Tennenbaum invita a partire da una diversa idea di crescita, che sia simile a quella tipica dell’essere umano. Certamente di un adolescente si apprezza che si sviluppi in altezza e che aumenti di peso, e tali parametri sono facilmente quantificabili. Tuttavia, maggior valore si dà al progredire delle sue conoscenze e della capacità di giudizio, all’affinarsi del suo pensiero, al maturare della sua creatività: criteri forse non quantificabili ma certamente conoscibili. Perché non applicare all’economia nel suo complesso una visione simile? A conseguenza della crisi oggi si propongono parametri metrici distinti dal Pil, per esempio le Nazioni Unite parlano di Indice di sviluppo umano (Hdi) «Ma queste proposte mancano di un elemento cardinale: il rapporto tra attività economica e capacità creativa dell’essere umano». E il riferimento non è alla creatività intesa come grafica pubblicitaria o spettacolarizzazione efficace – i criteri oggi prevalenti – bensì alla capacità umana di progredire nella conoscenza dell’universo e nella costruzione di un futuro migliore.Ma esiste un sistema economico che si fondi su questa qualità eminentemente umana, e che sia efficace sul lungo periodo? È il "Sistema americano di economia nazionale" sostiene Tennenbaum: così lo chiamò l’economista Friedrich List riferendosi al modello che consentì all’economia tedesca, dopo l’unità nazionale ottenuta nel 1870, di superare in pochi anni la produttività della ben più sedimentata industria britannica, in contrapposizione all’approccio eminentemente finanziario-monetario associato con autori quali Adam Smith, David Ricardo, Thomas Malthus. Il Sistema americano, in parte teorizzato da Alexander Hamilton e Henry Carey oltre che dallo stesso List, ha prevalso negli Usa in diversi momenti storici, in particolare nel secondo dopoguerra e a questo va attribuita la perdurante preminenza statunitense, a dispetto del fatto che a partire dalla fine degli anni ’60 è stato progressivamente abbandonato per lasciare le briglie sciolte al liberismo monetarista tipico della Scuola di Chicago di Milton Friedman. Come nel 1989 indicò l’Office of Technology Assessment: «Tra il 1958 e il ’68 le iscrizioni ai corsi di laurea sono più che raddoppiate e triplicati i PhD». Era l’epoca della corsa alla Luna e dello sviluppo delle tecnologie informatiche, in seguito massificatesi. Poi «dal 1968 al 1974 il numero di borse di studio fornite dal governo federale è crollato dell’85%, molti programmi per lo sviluppo scientifico furono eliminati, e i più colpiti furono quelli nell’ingegneria e nella fisica... i fondi per la ricerca della Nasa si ridussero del 45 percento in termini reali...». In cambio si privilegiò la svolta consumistica che nel periodo 1970-2000 permise negli Usa la creazione di 60 milioni di nuovi posti di lavoro, di cui 45 nel marketing, nella finanza, nel divertimento e nella burocrazia governativa. Come dire, da un orientamento verso lo sviluppo scientifico tecnologico a un’economia di "panem et circenses".Oggi, sostiene Tennenbaum, il discorso dell’impulso scientifico è inteso solo quale strumento volto a fertilizzare la produzione: al contrario, dovrebbe questa essere intesa come strumento per promuovere quello. Che c’è infatti di più appropriato per l’essere umano del gusto del conoscere, dell’addentrarsi grado a grado nei segreti dell’universo per scoprire come meglio vivervi in armonia? Il futuro appartiene alle economie orientate a favorire le capacità cognitive e creative dei singoli: «Come avveniva nelle botteghe artigiane medievali...». Sarebbe, sostiene Tennebaum, una «economia a fattore conoscenza».