Economia

Dossier. Così le tasse divorano gli affitti

Eugenio Fatigante giovedì 8 gennaio 2015
È il rovescio della medaglia dell’emergenza sfratti. Fra Imu, Tasi, addizionali locali ormai quasi ovunque al massimo, imposta di bollo e altro, ben poco del reddito prodotto da una casa data in affitto resta nelle mani di chi la possiede (magari solo per eredità): secondo alcune stime le imposte si mangiano il 50% del canone, con punte fino al 70%. Mettendo da parte i grandi proprietari, insomma, per quelli piccoli esiste anche una "emergenza reddito" da tenere in conto. Se comprare una casa per darla in affitto era ritenuta - fino a pochi anni fa - una delle forme d’investimento più diffuse fra gli italiani, oggi la tendenza non è più quella proprio per il peso eccessivo del Fisco. E bisogna sperare che i canoni siano pagati con regolarità dagli inquilini (cosa sempre più difficile in questi tempi di crisi economica): in caso di morosità, infatti, il cosiddetto tax rate diventa ancor più alto, dato che le imposte si pagano sul canone fissato nel contratto e non su quello realmente incassato. Per questo la possibilità di rientrare nella piena disponibilità della casa, aggirando quell’ormai eterno blocco degli sfratti per finita locazione che in taluni casi si protrae sin dal 1978, è un’altra esigenza di cui il legislatore deve tener conto in parallelo.Nel recente grande caos della tassazione sugli immobili, una delle poche certezze è proprio questa: avere una seconda casa da affittare è sempre meno una scelta redditizia. È una certezza costruita dagli ultimi governi, da Monti in poi, se si pensa che nel 2011 - quando c’era ancora la vecchia Ici - il prelievo complessivo sulle abitazioni raramente superava il 50%. Ad aver assestato un duro colpo alle entrate assicurate da chi "mette a reddito" un immobile sono state soprattutto due misure. In primo luogo, nel 2013, il taglio alla deduzione forfettaria: in pratica lo Stato abbatte questi redditi nella presunzione (fondata) che un proprietario spende dei soldi per la manutenzione, però questo sconto è stato ridotto dal 15 al 5%. L’anno scorso poi ci si è messa la Tasi, e questa è la seconda "botta": il nuovo tributo colpisce le case affittate in 4.526 Comuni, il 56% del totale (3.874 per decisione autonoma più i 652 municipi che, non avendo deciso nulla nel 2014, hanno comunque fatto scattare a dicembre l’aliquota standard), e in genere si somma all’Imu, che a sua volta aveva rafforzato il carico fiscale rispetto all’Ici. Il prelievo tocca il top proprio in due delle maggiori città - Roma e Milano - che hanno visto gli assessori alle politiche abitative mobilitarsi per un nuovo blocco degli sfratti: qui difatti i sindaci hanno fissato per le seconde case affittate il prelievo dello 0,8 per mille (che, attenzione, si aggiunge al 10,6 per mille dell’Imu, per un totale pari all’1,14 per cento), mentre a Torino e Napoli il conto è rimasto immutato perché gli immobili in affitto sono stati esentati dalla Tasi (si paga invece l’Imu).Peraltro la Tasi (che in parte è a carico anche dell’inquilino, per un 10% a Milano e un 20% a Roma) e l’Imu si calcolano sulla rendita catastale, ma il loro peso aumenta in rapporto al reddito da affitto. È, tuttavia, solo un primo pezzo della tassazione. Altrettanto forte è il carico fiscale che deriva dal fatto che il proprietario è tenuto a sommare le entrate da immobili (o meglio il 95% di esse, come spiegato sopra) agli altri redditi personali. Così se il canone viene riportato nella dichiarazione dei redditi, il titolare dovrà pagare l’Irpef sulla somma incassata con un’aliquota che corrisponde al suo scaglione di reddito. A esempio: se il contribuente guadagna col lavoro tra 28 e 55mila euro, la rata d’affitto si somma agli stipendi lordi e sarà tassata al 38%.Qualcosa è migliorato solo con la cedolare secca (introdotta nel 2011 dall’ex ministro Tremonti), che non prevede sconti ma applica un’aliquota fissa del 21% (ridotta poi al 10% con il "Piano casa" nel 2014 per i soli contratti a canone concordato). La cedolare comporta un altro vantaggio: con essa non si pagano né le addizionali locali, che altrimenti erodono ancor di più il già magro incasso da locazione né l’imposta del registro del 2%, altro balzello dovuto per ogni annualità d’affitto (divisa a metà con l’inquilino). Un esempio, elaborato da Confedilizia, come sempre aiuta a capire. Prendiamo una casa di 100 mq. in una piccola città, comprata per 200mila euro e affittata per 5.200 euro all’anno (433 al mese). Su di essa il proprietario si trova a pagare 1.340 euro fra Imu e Tasi (all’11,4 per mille in totale) più 1.092 di cedolare. Se si sommano 1.200 euro fra costi condominiali e di manutenzione, al proprietario restano al netto appena 1.568 euro. Come dire meno dello 0,8% di rendimento rispetto ai 200mila euro investiti. Scusate se è poco.