Economia

Iniziativa. A scuola di lobby, professione del futuro

Maurizio Carucci martedì 6 giugno 2017
«I pregiudizi sono tutti figli della logica italiana per cui se un soggetto vince una battaglia in Parlamento su un tema, ciò è figlio di un rapporto ambiguo e compromissorio. Noi come i nostri colleghi degli altri Paesi ci limitiamo ad esporre i temi e a delineare scenari che collegano, ovviamente, le decisioni che i politici prendono al consenso che possono guadagnare o che rischiano di perdere. Nient'altro». Lo sostiene Antonio Iannamorelli, direttore operativo di Reti, che ha attivato un'Academy per formare i cosiddetti lobbisti. Si tratta di corsi che si rivolgono a giovani neolaureati che cercano di aumentare le proprie competenze e intendono specializzarsi oppure a manager che vogliono migliorarsi perché magari si trovano a lavorare in uno spazio, quello del "Public Affairs", al quale sono arrivati partendo da altre strade e altri percorsi formativi.


«Abbiamo voluto sistematizzare le iniziative che da tanto tempo faceva Running - continua Iannamorelli -. E abbiamo creato un vero e proprio graduate program, che è viaggia autonomamente rispetto al business di Running e di Reti. Abbiamo ampliato l'offerta formativa e fatto partnership importanti con belle realtà universitarie. Dopo che sono cambiate le regole di accesso al Parlamento, una azienda è più sicura e tranquilla nell'affidarsi a un lobbista registrato. Non corre rischi di essere additata come "compromissoria" o come un soggetto che si muove nell'ombra. Grazie al lodo Sereni-Pisicchio, la lobby trasparente prenderà il sopravvento».

Anche gli sbocchi occupazionali si stanno incrementando. Basta guardare su Linkedin e impostare la ricerca su "Public Affairs". «Tra Roma e Bruxelles ci sono sei, sette, posizioni che si aprono ogni settimana - conclude l'ideatore dei corsi -. È un mestiere sempre più richiesto nelle aziende e le società di consulenza aumentano i clienti e hanno bisogno di più account. Chi vuole provare a fare questo mestiere deve avere tanta fiducia nello Stato, perché lo Stato è la materia prima con cui noi lavoriamo. E deve sapere sia di politica che di comunicazione. Oggi basta un tweet azzeccato o una intervista efficace per far cambiare idea a una intera commissione».