Donne afghane

Il Cisda. «Così aiutiamo, da vent'anni, le attiviste segrete in Afghanistan»

Anna Maria Brogi mercoledì 15 febbraio 2023

Laura Quagliuolo, durante l'intervista, mostra sul pc la foto di un suo viaggio-missione in Afghanistan, coprendo la faccia di una persona per tutelarne l'incolumità

Con questa e decine di altre testimonianze, storie, interviste e lettere, le giornaliste di Avvenire fino all'8 marzo daranno voce alle bambine, ragazze e donne afghane. I taleban hanno vietano loro di studiare dopo i 12 anni, frequentare l'università, lavorare, persino uscire a passeggiare in un parco e praticare sport. Noi vogliamo tornare a puntare i riflettori su di loro, per non lasciarle sole e non dimenticarle. E per trasformare le parole in azione, invitiamo i lettori a contribuire al finanziamento di un progetto di sostegno scolastico portato avanti da partner locali con l'appoggio della Caritas. QUI IL PROGETTO E COME CONTRIBUIRE


Firenze, 8 marzo 1999. Quartiere dell’Isolotto. Zoya, 19 anni, è arrivata dall’Afghanistan per parlare della condizione femminile nel suo Paese. È un’esponente dell’Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan (Rawa) ed è stata invitata dalle Donne dell’Isolotto. Partecipa all’incontro Cristina Cattafesta, milanese, femminista. Lavora con Emergency e parte per una lunga missione in Panshir, dove l’associazione ha un ospedale di maternità. E incontra le donne di Rawa. Da lì ha inizio la storia di un gruppo di donne milanesi, militanti a sinistra, che hanno sposato la causa delle afghane: prima informalmente con incontri e raccolte di fondi e dal 2004 riunite nel Coordinamento italiano sostegno donne afghane, Cisda onlus, dal 2014 ente del terzo settore. Incontro Laura Quagliuolo, una delle fondatrici, all’attivo parecchi viaggi in Afghanistan. Mi accoglie a casa sua perché il Cisda non ha una sede (quella legale è un’abitazione): il loro è volontariato duro e puro, a spese proprie. Hanno cominciato trenta-quarantenni. Sono una ventina, non solo a Milano. “Qualche nuova arriva. E via via viene inclusa nel lavoro dell’associazione”.​

Chi sono e quante sono oggi le attiviste in Afghanistan?
L’associazione Rawa fu fondata nel 1977 a Kabul da Meena, ragazza colta, intellettuale, che voleva dare alle donne la possibilità di riscattarsi attraverso l’istruzione. Anche lì c’era stato il ’68, le compagne di Meena venivano dall’università. L’arrivo dei sovietici stava chiudendo la bocca a tutti i dissidenti. Meena fu assassinata, nel 1987 in Pakistan, dopo aver denunciato l’invasione al Congresso del Partito Socialista francese. Da allora Rawa entrò in clandestinità. Dopo il 2001, le Torri Gemelle e l’arrivo della Nato, in Afghanistan sono state create molte Ong e noi abbiamo scelto di collaborare con quelle ritenute più affidabili: Hawca e Opawc. Ma Rawa continuò a rimanere in clandestinità. Oggi sono le stesse donne di allora, con le figlie e le tante ragazze che hanno frequentato le scuole di Rawa nei campi profughi in Pakistan. Sono migliaia, tante di loro laureate, anche musiciste. Cambiano spesso casa, si spostano con almeno un uomo che dichiara di essere padre o marito e in certe zone sono benvolute dai capitribù. Muoversi sotto il velo integrale paradossalmente le agevola. Pubblicano una rivista, La voce delle donne, che al tempo del primo regime dei taleban facevano stampare in formato tascabile perché non poteva circolare. Subito dopo il 15 agosto 2021, con il ritorno dei taleban, sono state tra le promotrici delle manifestazioni che abbiamo visto sui media. Sono internazionaliste, femministe, laiche, antifondamentaliste.

Ci sono anche straniere?
No, né loro sono attive all’estero. Per far parte di Rawa devi essere afghana, vivere tra gli afghani dentro il Paese o nei campi profughi e lavorare dal basso con donne e bambini. Hanno una sorta di scuola quadri: devi padroneggiare la storia, l’ideologia, conoscere le figure femminili storiche di riferimento. L’obiettivo di Rawa è battere il patriarcato in tutte le sue forme. La laicità dello Stato è un punto importante. In occasione del barbaro assassinio di Farkhunda, massacrata di botte nel 2015 per aver detto davanti a una moschea che certi sistemi non erano islamici ma da ciarlatani, si sono mobilitate, organizzando le proteste: al suo funerale furono le donne a portare la bara, cosa vietata in Afghanistan.

Come ricorda il suo primo viaggio?
Era l’8 marzo del 2002, andammo prima in un campo profughi a Peshawar, in Pakistan, e poi a Kabul con un piccolo aereo dell’Onu. Era l’unico modo per arrivare, i taleban avevano lasciato un Paese al collasso. A Peshawar ricordo chilometri e chilometri di casette di fango: erano i campi gestiti dai diversi signori della guerra fondamentalisti. Poi visitammo un campo gestito da Rawa, dove i bambini facevano sport e teatro e le donne andavano a scuola, con il consenso dei mariti. Avevano un metodo per convincere le famiglie più restie a mandare le donne a scuole: regalavano riso, sapone e olio. In Afghanistan ricordo bambini laceri e senza scarpe, e a marzo fa freddo, niente fognature, ci toccavano come fossimo marziani. Poi arrivò l’Occidente e qualcuno sperava che la situazione cambiasse. Non Rawa, che mise in guardia sul fatto che rimettere i signori della guerra fondamentalisti al potere avrebbe generato nuovamente una situazione di conflitto e le donne non avrebbero avuto alcun miglioramento delle loro condizioni.

Laura Quagliuolo in un villaggio vicino a Jalalabad per l'inaugurazione di un ambulatorio - Cisda

Nel 2008 una legge sancì il diritto all’istruzione per tutti. Nel 2015 l’università di Kabul inaugurò un master in Studi di genere e delle donne in Afghanistan.
Ricordo anche grandi manifesti “Basta con l’oppio, ora il grano”, eppure il 93% dell’oppio prodotto nel mondo è afghano. Quando i taleban sono tornati, l’85% delle donne era ancora analfabeta. E’ un Paese grande (due volte l’Italia, ndr), con discrepanze enormi tra città e campagne. A Kunduz, che era controllata dai tedeschi, ricordo un edificio nuovo e vuoto: era una scuola, senza studenti né insegnanti. Mi chiedo quanti soldi sia costata, in Germania.

Soldi, appunto. Riuscite ancora a inviarne? E la corruzione?
Le donne di Rawa lanciano un appello: chiedete ai vostri governi che non diano soldi ai taleban. Non arriverebbero a chi ne ha bisogno. Ora le transazioni bancarie sono bloccate, ma abbiamo trovato il modo (ovviamente non possiamo raccontarlo, ndr) di far arrivare piccole somme a destinazione. Rawa, anche con pochi fondi, riesce a mandare avanti i suoi progetti: case protette per le donne abusate, le scuole segrete, la coltivazione di zafferano...

Cosa ne è stato, dopo il ritorno dei taleban?
Si è dovuto chiudere tutto o quasi, trasferire, nascondere. Sono consentiti solo i laboratori di cucito, per cui diversi progetti sono stati convertiti in sartorie. Negli ultimi due anni come Cisda abbiamo raccolto 350mila euro per le emergenze di cibo e medicinali e altri 325mila per il sostegno a una trentina di vedove, un piccolo centro medico, una scuola per adolescenti, una casa protetta segreta per quattro donne e scuole di sartoria.

Difficilmente riuscirete a verificare sul campo…
Anche se trovassimo il modo di partire, sarebbe rischioso provare a incontrare le nostre referenti.

La stessa cosa vale, immagino, per farle venire in Italia. Cosa rischiano?
Rischiano quotidianamente la vita, o quanto meno il carcere. Lo scorso autunno siamo riuscite a far venire un’attivista: ha tenuto conferenze in Italia, Francia e Germania. Non dichiarava la sua vera identità ed era vietato scattare foto, se gli incontri erano online non si mostrava. Una fatica improba farle avere un visto di tre mesi: ne abbiamo impiegati 7-8.

Crede che sia questo il periodo più buio che le donne afghane hanno conosciuto? Prevarrà la rassegnazione?
Questo è uno dei peggiori, ma gli anni più bui sono stati i quattro della guerra civile, dal 1992 al 1996, che fece 70mila morti nella sola Kabul. Lo ricordano bene. Oggi il rischio di mollare esiste, in Afghanistan. Non qui. Noi dobbiamo essere consapevoli delle difficoltà che stanno attraversando. Lì credo sia normale chiedersi: me la sento o no? Anche perché chi ha troppa paura può essere pericolosa per un’associazione che lavora in clandestinità. Devi avere un grande coraggio, è normale che qualcuna molli. Il futuro non è radioso ma è nella forza di chi ha deciso di rimanere. C’è una resistenza, piccola ma che non va abbandonata. Siamo consapevoli che il loro coraggio e la loro voglia di non mollare vanno sostenuti. Durano dal 1977.