Chiesa

La veglia di sabato. Famiglie a San Pietro: costruiamo ponti

Luciano Moia sabato 3 ottobre 2015
Se il Sinodo dovrà innanzi tutto rilanciare la bellezza della famiglia e mostrare che la Chiesa sa chinarsi sulla realtà di tutti i focolari domestici – nessuno escluso – accogliendone speranze e difficoltà, gioie e ferite, con sguardo di misericordia e parole di verità, quello che è avvenuto sabato pomeriggio in piazza san Pietro è risultato davvero una sintesi sorprendente ed efficace di questo programma. Preghiere, parole, testimonianze, canti, omelie, appelli, riflessioni. E poi una condivisione profonda, un legame di intenti e di propositi, una comunione emotiva in cui si poteva cogliere in tutta la sua misteriosa circolarità la forza di una fede in cui la famiglia, con tutte le sue difficoltà e le sue ferite, è comunque promessa di infinito. Immagine e somiglianza di un Padre che ha scelto la via nuziale per segnare tutta la storia della salvezza.

Lo racconta don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la pastorale della famiglia, che introducendo le riflessioni dei leader dei movimenti, spiega che la grande famiglia ecclesiale, è fatta «di tante porte aperte, tanti fratelli, tanti carismi, chiamati ad annunciare lo stesso Vangelo. A noi la differenza non fa paura. Anzi, diventa lo spazio per realizzare la comunione, a patto di costruire "ponti in questa società dove c’è l’abitudine di fare muri"».

E poi lo raccontano, con sorridente semplicità, Giulia e Tommaso Cioncolini, collaboratori dell’Ufficio famiglia Cei, a cui tocca il compito quanto mai ingrato di aprire la veglia di preghiera voluta dai vescovi italiani come "portale", insieme concreto e spirituale, del Sinodo che domani avrà il suo avvio ufficiale con la Messa presieduta da papa Francesco. Lo ribadiscono, con tutta la freschezza dei loro vent’anni, Sara Ledda e Juan Giron Ponz, lei sarda lui cubano, fidanzati consapevoli «che il nostro amore – raccontano – cresce solamente nella debolezza, nell’imparare ad accoglierci come veramente per quello che siamo». E, a proposito delle differenze etniche, una promessa che è un calcio ai pregiudizi: «Il colore della pelle non è un ostacolo; anzi vogliamo colorare in modo nuovo questo mondo e la Chiesa intera».

 Concetti che, un attimo prima, aveva espresso anche il segretario generale della Cei, il vescovo Nunzio Galantino, osservando come non solo tutte le famiglie, ma anche tutti coloro che lavorano e sperano con le famiglie, diventano «fabbrica di speranza» perché guardano «con realismo cristiano alla famiglia e, senza gridare contro nessuno, alzano una preghiera allo Spirito perché sia vicino ai padri sinodali», che proprio sul tema della famiglia, mistero d’amore e di vita, sono chiamati a riflettere e a confrontarsi. Sì, un mistero davvero grande questa promessa d’amore che diventa vita incarnata e si fa futuro, si fa relazione per costruire un mondo diverso, più giusto e più vivibile. Parte un video con la catechesi del Papa, quella del 6 maggio scorso, che riflette sulle parole di san Paolo. E subito dopo, le stessa densità di speranze e di significati si ritrova nella concretezza della storia di Lorena e Stefano Girardi, responsabili diocesani per la pastorale familiare di Trento, quattro figli. Si guardano, prima di cominciare Lorena e Stefano, con la complicità dolce e rassicurante di chi ha già compiuto un lungo tratto di strada insieme: «Adesso che i nostri figli sono un po’ più cresciuti – dice lei – è bello vederli camminare con le proprie gambe, pensare con la loro testa... Noi ci siamo presi cura delle pianticelle che il Signore ha seminato». E ora che sono cresciute, pur ancora vicine ai genitori, si preparano però a tracciare il proprio percorso di vita, come racconta la seconda figlia, Martina, presente in piazza San Pietro con il fidanzato Sandro: «Aspettiamo con trepidazione di cominciare quest’anno l’itinerario di preparazione al matrimonio».

Parte il canto, «Vivere la vita è l’avventura più stupenda dell’amore». Inutile cercare commenti più efficaci. Inutile aggiungere parole all’emozione che avvolge la piazza e che diventa partecipazione quando Francesco e Lucia Masi, di Pisa, 5 figli e 4 nipoti, sposati da 35 anni, raccontano un amore più forte della sofferenza. Lei da due anni è afflitta da una rara malattia autoimmune che la ostacola nei movimenti. Ha vissuto momenti di disperazione, di rabbia, di pianto. E poi? «Poi Gesù mi ha attirato a sé. Questa carne e questa vita, la donna che sono oggi, la donna che sono diventata nel matrimonio – racconta Lucia – questa carne sola, indivisa e indivisile, entrerà nello sguardo di Dio». Quando il cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, saluta il Papa, spiegando che «come pastori ci sentiamo in prima linea nella promozione della cellula fondamentale della Chiesa e della società», e che, nonostante una cultura negativa, non bisogna stancarsi di «accompagnare i giovani ai matrimonio», il buio della piazza è già trapuntato da mille e mille lumini. Perché non si spenga mai sulla famiglia la luce della speranza. E il Papa conferma: "Ogni famiglia è sempre una luce, per quanto fioca, nel buio del mondo"