Chiesa

La sfida. A partire dalla misericordia, non a partire dal peccato

Antonio Staglianò sabato 6 gennaio 2024

Antonio Staglianò

Succede così con la luce del sole. È la sua rifrazione sulla materia a produrre i colori. C’è il rosso, il verde, il giallo, il violaceo e, quando c’è luminosità, «il cielo è sempre più blu» (R. Gaetano). È una diversità sinfonica di bellezza incommensurabile. La realtà non è in bianco e nero. Certo, «nella notte tutte le vacche sono nere» (F. Hegel). C’è solo tenebra. La notte oscura però può diventare sfondo di uno spettacolo maestoso, se splendono le stelle. Chissà quali profondità nasconde alla nostra vista l’universo in espansione! James Web Telescope ci comunica immagini mozzafiato. C’è dell’inedito nella realtà, da scoprire. Specialmente quando si tratta dell’umano dell’uomo, creato nell’immagine di Dio, Cristo Gesù: in Lui, per Lui, da Lui sono tutte le cose. Questa è una verità-evento, non è un insegnamento dottrinale. Nella persona di Gesù si manifesta un vissuto di amore che è dall’eterno: in principio c’è la misericordia. Ha un bel dire il “peccato originale” d’essere così originario: prima del peccato c’è la misericordia di Dio per l’eternità. Il significato è inequivoco: non c’è nulla di esistente che sia “fuori” dalla grazia, che non entri nell’orizzonte dell’amore in Cristo Gesù. Nella trasmissione della fede, nell’agire pastorale della Chiesa, nel discernimento dei pastori, resta incrollabile la bellezza che salva il mondo: è la misericordia di Dio-agape che è “dal Principio”.

A ben pensarci (teologicamente), Fiducia supplicans, chiede questo: in ogni situazione umana, non si deve obliare la testimonianza di Gesù che ama tutti, con uno sguardo “preferenziale” per i poveri, i derelitti, gli immiseriti e quanti soffrono il disagio esistenziale di “irregolarità” insuperabili, spesso imposte senza colpa dalla vita, così intrisa di stoltezza e ingiustizia. La sfida è “pastorale”, perché la cosiddetta “pastorale” altro non è se non la cura della relazione umana in tutte le sue infinite manifestazioni e condizioni, guardate alla luce del Vangelo, e, dunque, alla luce della misericordia di Dio. Tutti sono inclusi in questa misericordia.

In un mondo sempre più liquido (Z. Bauman), permane la roccia dell’amore di Dio da cui nessuno può essere escluso: non le “coppie irregolari” e nemmeno le coppie di persone omosessuali. In culture “schiumose” (P. Sloterdijk) – che impediscono di vedere al di là del proprio naso –, è profetico poter annunciare il disegno del Regno di Dio, il Vangelo che restituisce alla dignità di figli di Dio nella pienezza della buona e bella umanità di Gesù: in questo orizzonte è possibile immaginare una “benedizione pastorale” e “crearla” (per la potenza del ministero dell’amore del successore di Pietro) per dichiarare che tutti sono inclusi nel raggio dello sguardo del Dio misericordioso. Dio è vicino a tutti.

Appurata e mantenuta, dunque, la dottrina immutabile della tradizione della Chiesa, che vede nella relazione maschio-femmina l’originario insuperabile del dono reciproco dell’amore nel matrimonio indissolubile, la sfida pastorale è capire se sia possibile un gesto, un atteggiamento, una parola, qualche forma di relazione in cui si possa far “collassare” la misericordia di Dio, che ha deciso dall’eterno di non escludere nessuno dalla sua benevolenza.

Extra ecclesia nulla salus (fuori dalla Chiesa non c’è salvezza), resta una verità essenziale: prima però escludeva dalla salvezza tutti i non cattolici, dopo il Concilio – a cerchi concentrici – li convoca tutti, perché si è capito che «la Chiesa passa attraverso le anime delle persone» (R. Guardini) e non attraverso la rigidità delle strutture e delle regole. Da Fiducia supplicans accogliamo l’invito a guardare la realtà umana – complessa e contraddittoria – sempre benedetta da Dio, perché realtà umana sempre personale. E la persona – come ricorda la Tradizione teologica della Chiesa – è relatio ad, ovvero una “trama di relazioni”, che costituiscono l’identità di ognuno. La persona è “relazione amativa” (A. Rosmini): e allora quando si benedice la persona non lo si può fare in astratto, ma in concreto. “Questa” persona è benedetta: si benedice l’insieme delle relazioni amative dentro (e con) le quali la persona spera, ama, fallisce, piange e gioisce, chiede perdono e lo ottiene, per le vie misteriose dello Spirito che non guarda le apparenze, ma i cuori.

Papa Francesco si è inventato una “benedizione pastorale” che, allargando il significato di quella liturgico e sacramentale, rende possibile benedire le “persone omosessuali in coppia” e non tanto la “coppia-unione omosessuale”, con buona pace di chi cattolicamente ritiene che sia sbagliato o addirittura blasfemo. Lo può fare? Si, assolutamente. Nessuna argomentazione teologica potrebbe cattolicamente smentire questa possibilità. Dunque, lo ha fatto! Decidendo per il bene di tutta la Chiesa, riportata così – anche da questo versante – al Vangelo della misericordia. Rendendo per altro “liberi” i pastori di discernere in ogni contesto culturale.

Ora inizia, però, per tutti i pastori, il compito prezioso del “discernimento teologico” (lo si continua a chiamare “catechesi”, per farsi intendere; ma è “teologia sapienziale”). Qui si potrà godere di una possibile “profezia dottrinale”: in avvenire, nell’agire pastorale della Chiesa si dovrà operare a partire dalla misericordia di Dio (che include e sana) e non a partire dal peccato (che di necessità esclude e separa). E non è questa la dottrina cristiana della predestinazione in Cristo? E non è questo l’insegnamento escatologico sull’entrata in Paradiso per aver amato davvero, solo grazie alla misericordia di Dio?

La “benedizione pastorale” delle persone in “coppie irregolari” e “in coppie omosessuali” ci farà chiedere perdono di aver in altri tempi “benedetto armi ed eserciti”, benedicendo violenza e guerre (cosa assurda!). Ci disporrà, poi, in tutta umiltà, a chiedere la benedizione della misericordia anche per le persone sposate con il sacramento del matrimonio indissolubile (perciò “coppie regolari”), perché si amino “secondo Dio” e non “secondo il mondo”, nel mutuo dono di sé e non nel reciproco sfruttamento: una catechesi per l’esercizio evangelico della sessualità umana è sempre attesa per una pastorale non negligente. Oltre ogni ipocrisia e mascheramento (Pirandello). L’amore, infatti, non è senza la giustizia dell’amore: e “come deve essere l’amore per essere come deve”? A questa domanda l’educazione pastorale dovrà rispondere in tutta concretezza, se davvero il pastore ama il suo gregge.