Chiesa

TEOLOGIA. Taizé: primavera nella Chiesa

Lorenzo Fazzini sabato 27 dicembre 2008
Dalla collina in Borgogna sono transitati intellettuali non credenti come Wim Wenders, politici «laici» quali François Mitterrand, teologi di razza come Henri De Lubac e filosofi del calibro di Paul Ricoeur. Futuri leader dell’Europa dell’Est (il premier polacco Mazowiecki e quello sloveno Peterle) si nutrirono dei canti dei religiosi dal saio bianco. Con il suo fondatore, il compianto frère Roger, Karol Wojtyla intrattenne relazioni fraterne fin dagli anni Sessanta; e già nel 1958 il laico Le Monde riconosceva la portata innovatrice di quei monaci riunitisi a due passi dall’abbazia di Cluny. «Piccola primavera» fu la definizione che Giovanni XXIII assegnò alla comunità di Taizè, nata tra Francia e Svizzera negli anni Quaranta dall’intuito di un giovane pastore riformato, Roger Schutz. Ma quest’esperienza ¿ oggi caposaldo del cristianesimo (i suoi ritornelli anche in latino risuonano in tutto il mondo) ¿ ha incontrato più favore negli ambienti cattolici che in quelli protestanti. I problemi sorsero ben presto per il costruttore di ponti nella cristianità divisa: già nella giovanile esperienza a Ginevra, quando con Max Thurian («mente» teologica di Taizè, poi diventato sacerdote cattolico) diede avvio all’esperienza comunitaria, «tra i professori della facoltà e i responsabili della cattedrale (evangelica, ndr), non vi era benevolenza. Alcuni calvinisti liberali, eredi di una teologia razionale e critica, si opponevano», annotano gli autori della Storia di Taizè. Primo scoglio per Roger fu la tesi in teologia «L’ideale monastico fino a San Benedetto e la sua conformità al Vangelo», discussa nel 1943 all’ateneo del cantone di Vaud: «La facoltà declina ogni responsabilità circa le opinioni espresse nelle tesi che le vengono presentate» fu la presa di distanza dell’entourage accademico riformato. Schutz si allontanava dalla «denuncia di Lutero» rispetto «all’ascetismo monastico»: il padre della Riforma non aveva approvato il monachesimo perché contrario al principio del sola fide. Taizè venne progressivamente abbandonata dal mondo protestante francese: «Non è inutile specificare che coloro che pensano che la comunità di Taizè faccia parte integrante della Chiesa riformata si sbagliano», sanciva il sinodo protestante nel ’55: da allora la Chiesa riformata si rifiutò di ordinare pastori i membri della comunità. Nel ’75 la Federazione protestante transalpina cancellò Taizè dal proprio annuario: «Rimproveravano a frère Roger di essersi allontanato troppo dalla loro posizione sui sacramenti e la liturgia e di essere diventato troppo - "papista"», chiariscono Escaffit e Rasiwala. E quando nel 1982 frère Roger venne convocato dalla Federazione per un «interrogatorio» chiarificatore, un fratello commentò: «Non hanno nulla da invidiare al Sant’Uffizio». Va però ricordato che il protestante Ricoeur ammirò l’esperienza di Borgogna fin dal suo sorgere: nel ’47, su Réforme, firmò un reportage elogiativo sul «monastero protestante di Cluny». Vennero invece dalla gerarchia cattolica i riconoscimenti più significativi per i pionieristici frères (oggi un’ottantina di 30 nazionalità): già nel 1941 uno degli artefici del movimento ecumenico, l’abate Couturier di Lione, arrivò a Taizè. L’anno seguente fu la volta del gesuita De Lubac, che Schutz elogiò così: «Grazie a lui, ho colto questa certezza: amare Cristo e amarlo nella comunione che è la Chiesa, è una cosa sola». Nel 1948 il futuro Giovanni XXIII, a quel tempo Nunzio a Parigi, concesse ai monaci di pregare nella chiesetta (cattolica) del villaggio, abbandonata dal 1789. Al 1949 risale il primo incontro di Taizè con il Vaticano: il cardinale Gerlier, arcivescovo di Lione, introdusse frère Roger in udienza da Pio XII. Ma fu il Concilio lo snodo dei rapporti tra Chiesa cattolica e Taizè: papa Roncalli invitò Roger e Max come «osservatori» delle assise; «Nelle 4 sessioni del Concilio, dal 1962 al ’65, sono mancato solo a due incontri del mattino», scrive frère Roger in un appunto inedito del 2005, scritto poco prima di morire. Wojtyla condivise con lui la preghiera in una cappella in San Pietro; e del presule polacco il mistico elvetico fu ospite 2 volte, nel 1973 e ’75. Fu però Paolo VI a dare il via libera al «concilio dei giovani» del 1974: «Guardiamo a Taizè con rispettosa simpatia». Fino al riconoscimento pubblico di Giovanni Paolo II, nel 1986 pellegrino a Taizè, e all’amicizia dell’anziano frère con papa Ratzinger.

Jean-Claude Escaffit, Moïz RasiwalaStoria di TaizèLindau. Pagine 182. Euro 15,00.