Chiesa

INTERVISTA. De Giorgi: «Dal suo sangue Palermo ha tratto coraggio e forza»

Enrico Lenzi sabato 25 maggio 2013
​Un sacerdote che «ha testimoniato con la splendida realtà della sua vita sacerdotale e con il sacrificio del sangue». È la definizione di don Pino Puglisi, che dà il cardinale Salvatore De Giorgi, arcivescovo emerito di Palermo, che questa mattina leggerà a nome del Papa la formula con cui il sacerdote palermitano sarà proclamato beato, martire della fede.Eminenza, la beatificazione di don Puglisi assume molti significati: un nuovo beato, un martire della fede, un uomo che ha voluto combattere le logiche mafiose, un testimone del Vangelo. Come definirebbe la figura del nuovo beato?Come l’ha definita il beato Giovanni Paolo II: «generoso ministro di Cristo, coraggioso testimone del Vangelo, impegnato nell’annuncio del Vangelo e nell’aiutare i fratelli a vivere onestamente, ad amare Dio e il prossimo». Mi pare la sintesi più significativa della sua vita e della sua missione sacerdotaleQuale eredità lascia don Puglisi alla Chiesa di Palermo e a tutta la Chiesa siciliana?La sua sacrilega uccisione - per il modo con cui è avvenuta e per le motivazioni per le quali è stata eseguita - resta per la Chiesa di Palermo, per tutta la Chiesa che è in Sicilia e anche in Italia - la voce perenne e implacabile del sangue, che invita al coraggio, alla coerenza, alla fortezza, alla santa audacia nell’esercizio del ministero sacerdotale e di ogni altro servizio nella Chiesa per il trionfo del bene su tutte le aggressioni e le perversioni del male. Nella ricostruzione dell’assassinio di don Puglisi ricorre l’immagine del suo sorriso al momento dell’agguato mortale. Un’immagine davvero forte. Cosa Le fa pensare?Mi fa pensare a un invito. Un invito anzitutto ai mafiosi alla conversione, come per i suoi uccisori sembra stia avvenendo. Quasi per dire loro che egli, come Gesù, ha versato il suo sangue per la loro conversione, per la loro redenzione, per la loro liberazione dalla schiavitù del peccato, più dura del carcere più duro; a tornare decisamente a Dio, che nella sua misericordia infinita li aspetta come il padre della parabola evangelica. Solo tornando a Dio, essi potranno ritrovare la pace del cuore e ridonare alla società e alle proprie serenità perduta e la speranza nel futuro. Tornare a sorridere.Lei giunse a Palermo tre anni dopo la morte di don Puglisi. Come viveva allora la Chiesa di Palermo quell’episodio di violenza? E come la Chiesa ha tenuto vivo il ricordo del suo sacerdote in questi quasi 20 anni dal martirio?Il martirio di Puglisi, sin dal giorno in cui è avvenuto, ha segnato profondamente per venti anni la vita e l’azione pastorale della Chiesa palermitana, in un crescendo di presa di coscienza del messaggio che lo Spirito Santo le ha rivolto attraverso un evento così tragico e così eloquente. È significativo che da allora l’inizio ufficiale di un nuovo anno pastorale avvenga nell’anniversario della sua morte. E per me più significativa è ancora la crescita numerica e qualitativa delle vocazioni sacerdotali, sviluppatasi negli anni successivi al suo martirio, che mi piace interpretare come frutto della sua intercessione in cielo, più potente della sua pur grande e intelligente pastorale vocazionale sulla terra.Don Puglisi è sempre stato definito un "sacerdote a tempo pieno". Quale modello di sacerdozio propone la sua figura?Il modello del sacerdote secondo il cuore di Dio, tutto di Dio e per questo tutto del suo popolo, così come emerge dalla Sacra Scrittura, sempre presente nel suo cammino, e come lo ha delineato il Concilio Vaticano II, nel cui clima ha vissuto ed esercitato il ministero. Un sacerdote che parte dalla contemplazione per irradiarla fruttuosamente nell’azione.Dal processo canonico emerge uno splendido profilo sacerdotale e pastorale, coronato dal martirio, che è la più eccelsa testimonianza cristiana. Padre Puglisi è stato ucciso perché sacerdote, perché sacerdote coerente e fedele, perché impegnato nell’annuncio del Vangelo e nel suo dovere di educatore, di pastore, di guida, soprattutto dei giovani. È stato ucciso perché con la sua silenziosa ma efficace azione pastorale sottraeva le nuove generazioni alle suggestioni del male e alle aggressioni delle forze oscure e perverse della criminalità e della mentalità mafiosa. Divenuto, come Gesù, segno di contraddizione, è stato oggetto di amore da parte di coloro che sono al servizio della vita e di odio feroce da parte di quanti sono al servizio della morte. Ma non si è fermato di fronte alle minacce.Sarà Lei a leggere la lettera con cui il Papa proclamerà beato don Puglisi. Come vivrà quel momento?Quando nel novembre scorso dalla Segreteria di Stato mi è stato comunicato che Benedetto XVI mi aveva designato a rappresentarlo nella beatificazione di padre Puglisi, è stata per me grande l’emozione, che ho rivissuto quando papa Francesco ha confermato la decisione del suo predecessore. Mi è sembrato di avvertire come un segno di amore di padre Pino, per la cui beatificazione ho impegnato con amore il mio servizio episcopale a Palermo. Pronunziare ora quella formula sarà per me come sentire il suo abbraccio e la sua protezione. E a lui mi è sembrato doveroso dedicare il 60° anniversario della mia ordinazione sacerdotale e il 40° di quella episcopale.