Chiesa

VERSO LA GMG. Spagna al bivio tra crisi e futuro

Paolo Viana venerdì 29 luglio 2011
Quando le montagne intorno si abbuiano e inizia a frizzare la brezza dell’Oceano, è quella l’ora del pintxo. Che lo si guarnisca con il foie alla francese, col queso dei Pirenei o con la coda stufata del toro – la corrida finisce sempre nello stesso modo –, l’aperitivo dei baschi non va confuso con un qualsiasi rito metropolitano. Quel che conta non è la gradazione del Txakoli, né il numero delle tapas (pintxos per i baschi) ma l’adunata stessa. A sera ci si ritrova nei locali del centro e della periferia come si faceva a Gernika sotto la quercia del paese, quando si doveva decidere il destino di tutti; il pintxo per i giovani di queste terre tra Pamplona e San Sebastian, Vitoria e Bilbao, è come il basco dei novantenni, un segno identitario. «Guardali bene – fa notare Pello Azpitarte Iribar, cappellano della Deusto, l’università dei gesuiti che dall’Ottocento forma la classe dirigente bilbaina – si riuniscono in piccoli gruppi, divisi in maschi e femmine, compiono gli stessi gesti, hanno le medesime abitudini. Ci si secolarizza ma il Dna rimane». A partire dall’attaccamento alle ricchezze di Euskadi: grazie all’autonomia, i baschi, voltate le spalle all’Eta, in tre lustri hanno letteralmente trasfigurato Bilbao.Il clima oceanico e i boschi ombrosi basterebbero a farne la Spagna che non ti aspetti, ma la mentalità sorprende. Questi spagnoli, cresciuti spalla a spalla coi francesi e per secoli in affari con gli inglesi, sono nordici dentro; imprenditori con il gusto dell’innovazione e innovatori, bisogna ammetterlo, con un certo gusto. Non è solo merito del Pil (28 punti oltre la media) se il pellegrino interrompe il cammino per Santiago (o per Madrid: qui faranno tappa, tra gli altri, i goriziani diretti alla Gmg) per fermarsi ad ammirare i palazzi della borghesia industriale rimessi a nuovo. Si passeggia nel centro di Bilbao come in una galleria di architettura, in un susseguirsi di neoclassico e liberty, edifici barocchi e massicci complessi razionalisti, sperimentazioni eclettiche e arditi caleidoscopi, come il palazzo della Sanità che con un gioco di specchi si agghinda degli stili altrui. Il flashback prosegue nelle sale del museo Guggenheim. Le lastre ciclopiche di Richard Serra ricordano che mezzo secolo fa questo era il porto del ferro degli inglesi (Bilbo, toponimo in basco, voleva dire acciaio per Shakespeare) e la città una piccola Liverpool fuliginosa. Solo ripulire il fiume è costato 800 milioni di euro e vent’anni. Il Guggenheim ha fatto scuola. Oggi Bilbao è la capitale del design: trovi sculture griffate persino nelle aiuole spartitraffico, le archistar vengono qui a lanciare nuove suggestioni – Calatrava compreso – e la città, rimasta ancorata al manifatturiero e alle tecnologie durante la bolla immobiliare, sfrutta le costruzioni in chiave anticiclica. Le torri di Isozaki sono appena terminate, quella della Iberdrola è agli sgoccioli e si progetta di bonificare l’ultima area industriale del porto. «Il Guggenheim è diventato il nostro logo, ma la riqualificazione è partita per migliorare la qualità della vita dei cittadini – precisa Zigor Beraziartua, del Bilbao Convention Bureau – e solo dopo il turismo è salito da 0 a 6% nel Pil». Quest’attenzione spasmodica per l’ambiente sarà pure una reazione a secoli di inquinamento ma i turisti l’anno scorso sono stati 2,2 milioni e 13 milioni di biglietti staccati al Guggenheim dal ’97. Patxi Lopéz, capo del governo locale, vaticina: «Euskadi diventerà leader economico del Paese», e la disoccupazione morde di meno. I primi beneficiari del modello basco sono certamente i giovani: se alla facoltà di fisica di Barcellona trova lavoro un laureato su cinquanta, di cento laureati della Deusto restano disoccupati solo in dodici. «I soldi per uscire dalla crisi sono chiusi nei libri, per rilanciare l’economia basta prendere la vita sul serio» ci dice Jon Basurto, uno degli studenti che incrociamo nelle sale di lettura della Deusto. Padre Pello apprezza ma non si fa illusioni: «Il tessuto sociale tiene ma la crisi mette a dura prova persino le capacità di risposta della dottrina sociale della Chiesa». Questa non è una città per indignados. Dopo le proteste di piazza sono rimaste sedici canadesi sulla riva dell’Arenal, e «dovranno sbaraccare entro la terza di agosto», assicura un agente. Il riferimento è alla Semana grande, otto giorni di baldoria. Non siamo ai livelli dei Sanfermines di Pamplona, ma la fiesta è sempre la fiesta.