Chiesa

Sinodo Amazzonia. «In Seminario a noi indigeni dicevano: essere prete non è per voi»

Stefania Falasca giovedì 17 ottobre 2019

Un'immagine del Sinodo per l'Amazzonia (Siciliani)

Che vuol dire una Chiesa dal volto amazzonico? Vuol dire che si radica nelle sue tradizioni, nella sua cultura, che evangelizza nella propria lingua e approfondisce la dottrina della Chiesa. Questo significa anche che sono oggi gli stessi indigeni battezzati a chiedere come evangelizzare, annunciare la Buona Novella nel modo migliore». A parlare con pacata saggezza è un sacerdote indio di etnia tuyuka. Justino Sarmento Rezende, sacerdote salesiano, segretario provinciale della provincia di São Domingos Sávio a Manaus in Brasile, l’unico indigeno ad essere stato inserito nel Consiglio di preparazione del Sinodo sull’Amazzonia e l’unico prete indio a prenderne oggi parte come esperto.

In breve racconta la storia della sua vocazione nel corso del briefing in Sala Stampa vaticana. «È nata quando ho visto i missionari che insegnavano il catechismo ai miei nonni, e loro non capivano la lingua portoghese. Io ero un adolescente, e lì la scintilla, ho pensato che anch’io potevo un giorno diventare un sacerdote e avrei annunciato il Vangelo non in portoghese ma nella mia lingua». Padre Justino viene dall’Alto Rio Negro, è nato in un ambiente familiare cristiano, suo padre e sua madre catechisti, è prete da 25 anni. Ma la sua vita religiosa è iniziata con discredito da parte degli stessi sacerdoti non indigeni. Quando infatti nel 1976 nella sua diocesi venne istituito un Seminario, insieme ad altri cinque giovani indigeni andò a chiedere come si diventava sacerdoti. «La risposta che allora ottenemmo è stata: “No, essere prete non è per voi indiani! Andate a giocare!” – racconta – e noi andammo a giocare a pallone, poi però entrai nel Seminario a Manaus». «Questo lo dico – aggiunge – perché è dal 1980 circa che la Chiesa ha iniziato un processo di inculturazione e ha iniziato a capire che noi indigeni evangelizzati possiamo anche diventare degli evangelizzatori, diventare sacerdoti e poter dire “noi siamo Chiesa e annunciamo il messaggio del Vangelo affinché s’incarni nelle persone”».

Ma il celibato può costituire il principale ostacolo che causa la mancata presenza di sacerdoti indigeni in Amazzonia? «Il celibato non è qualcosa che nasce con la persona. Nessuno tra noi qui presenti è nato con il celibato – ha risposto – questo è un dono di Dio, che Dio dona a persone di qualsiasi cultura presente nel mondo e le persone possono viverlo quando liberamente e non forzatamente vogliono prendere questo stile di vita, e si può viverlo con l’impegno, la preghiera e l’aiuto delle persone». «Ai miei tempi gli unici sacerdoti erano i bianchi – spiega – e quindi quando noi siamo diventati sacerdoti qualcuno poteva dire che gli indigeni hanno difficoltà a vivere il celibato».

«Pertanto se arrivasse un giorno in cui capissi che il celibato non fa più per me, lascerei» risponde il sacerdote esperto in spiritualità indigena e pastorale inculturata. «L’inculturazione non si fa con il proselitismo, ma con la testimonianza», ribadisce Roque Paloschi, arcivescovo di Porto Velho in Brasile e presidente del Cimi, ricordando che «ogni processo di inculturazione rispetta il processo da entrambi le parti: non si tratta di imporre una cultura dall’alto, ma di preservare i semi presenti in ogni cultura. Nessuna cultura è perfetta, tutti noi abbiamo bisogno di adeguarci per diventare una nuova creatura: l’annuncio del Vangelo è un annuncio di vita nuova, senza però abbandonare le proprie tradizioni».

«Si tratta di processi lenti, che non nascono da un momento all’alto – ha osservato – ed è molto importante che i missionari e i laici lavorino insieme, per il miglior lavoro possibile a favore del popolo amazzonico».

Sulla questione della tutela dei diritti delle popolazioni indigene si è poi ribadito il rispetto dei diritti garantiti dalla Costituzione. Lo hanno nuovamente sottolineato il vescovo Paloschi e Felicio de Araujo Pontes Junior, procuratore della Repubblica, specialista in diritti dei popoli indigeni. «La Costituzione del 1988 – ha spiegato Paloschi – prevedeva che entro il 1993 tutte le terre dei popoli originari dovessero essere demarcate, omologate e registrate, mentre ne sono state demarcate nemmeno un terzo, e quelle che non sono state demarcate sono state invase, prese di mira dai cercatori d’oro, dalle industrie minerarie, dalle industrie del petrolio e da quelle dello sfruttamento del legname». «La Chiesa si assuma, come istituzione, la responsabilità della difesa dell’Amazzonia», è stato l’appello lanciato da Patricia Gualinga, leader indigena nella difesa dei diritti umani delle comunità kichwa di sarayaku in Ecuador.