Chiesa

Il sinodo. Sinodalità, celibato, leadership. E la coscienza frammentata

Stefano Guarinelli giovedì 17 giugno 2021

Stefano Guarinelli

Può accadere che la coscienza giunga a frammentarsi. E una tale eventualità è giustamente considerata una anomalia, perfino una patologia più o meno grave a seconda della consistenza di quella frammentazione. Nelle forme più severe si parlerà infine di dissociazione o di disturbo dissociativo. È opportuno, tuttavia, fare un chiarimento. L’eventualità che la coscienza si frammenti non deve lasciar intendere che la coscienza nasca unita. La sua frammentazione, a quel punto, altro non sarebbe se non l’esito di una trasformazione successiva, infausta e forse imprevedibile. In realtà, le cose non stanno così. L’unità della coscienza non è un dato di partenza. Si tratta piuttosto di un compito dello sviluppo umano.

L’unità della coscienza non può darsi per scontata. Si tratta di una conquista. E il lavoro per raggiungerla può essere tutt’altro che semplice. L’unità della coscienza, perciò, non obbedisce a un solo movimento spontaneo. Va desiderata e va favorita. Non procede da uno sviluppo autonomo. Esige un’attenzione etica, poca presunzione e molta avvedutezza. Si può raggiungere; senza accorgersene, si può anche perdere. La frammentazione della coscienza non è semplice incoerenza. Le due espressioni hanno punti di contatto, ma non coincidono.

La persona incoerente ha soprattutto un problema morale: i suoi comportamenti, talora, non obbediscono alla sua unica coscienza. La persona frammentata, invece, ha soprattutto un problema psicologico. Essa ha più coscienze o più porzioni di coscienza. Il che significa che moralmente potrebbe non percepire, o percepire solo debolmente, una inevitabile incoerenza dei comportamenti. In qualche misura, infatti, ogni singola porzione di coscienza è intrinsecamente coerente con se stessa, ma non necessariamente con tutte le altre coscienze o porzioni di coscienza. La frammentazione della coscienza non è esclusiva dei pazienti psichiatrici e men che meno delle persone cattive. Può essere presente nei sani e, soprattutto, nelle persone buone che, tuttavia, per ingenuità e forse per poca umiltà, non hanno percepito nel corso del tempo quella graduale frammentazione che, infine, li ha condotti a fare cose non buone, ma perfino cattive e pure gravi e gravissime, senza più ravvisarle come tali. Forse è superfluo dirlo o ricordarlo, ma vorrei scriverlo ugualmente: ormai non parliamo più, come si faceva sino a non molto tempo fa, di età evolutiva. La psicologia dello sviluppo ricorrendo all’espressione psicologia dell’età evolutiva, appunto, lasciava intendere implicitamente che nella vita della persona vi sia un’età 'non evolutiva'.

Certo permangono differenze importanti fra le diverse stagioni della vita, in termini di cambiamenti qualitativi e quantitativi. Ugualmente, però, lo sviluppo umano è questione che dura tutta la vita. E ciò significa che il cambiamento, la crescita, l’evoluzione ma pure l’involuzione, sono sempre all’orizzonte oppure in agguato, dall’esperienza prenatale sino all’ultimo giorno su questa Terra. Non è raro che di un uomo buono che a un certo punto fa cose cattive si giunga a dire che allora quella bontà era solo apparente, che probabilmente c’erano cose che non si sapevano. Il che è possibile, certo; eppure, non è meno possibile che la bontà fosse reale e che nemmeno vi fossero cose nascoste e che invece quella coscienza sia andata frammentandosi, magari perfino in tempi recenti e che lo abbia fatto per ragioni diverse: poca vigilanza, eccesso di lavoro e di responsabilità, timore di fallire, scarsa conoscenza di sé. Accade non di rado di essere convinti di avere la regia delle 'faccende di casa', cioè dello sviluppo della nostra personalità. Una tale persuasione può essere frutto della buona fede. Ciò non toglie, tuttavia, che quella persuasione sia errata. La nostra personalità è fatta di molte cose (intelligenza, emotività, interpersonalità, moralità, ecc.) e il loro sviluppo non avviene necessariamente in parallelo e con la medesima velocità.

Ogni caratteristica ha tempi propri e occorrerebbe conoscerli e rispettarli. Tuttavia, non sempre è possibile: le vicende della vita talora ci costringono a correre un po’ troppo in avanti, ora rispetto a una caratteristica, ora rispetto a un’altra. A quel punto non è raro che si cerchi di rispondere con il controllo e l’autocontrollo a tutto ciò che è ancora in attesa di svilupparsi. Allo stesso tempo, però, occorre riconoscere che il controllo e l’autocontrollo sono qualità importanti per lo sviluppo sano della propria personalità. Da qui, ci troviamo dunque come su un crinale: su un lato, un eccesso di controllo può coincidere con la pretesa di estromettere ciò che ancora non trova posto nella personalità; sull’altro lato, la mancanza di controllo facilmente conduce alla poca forza di volontà, alla fatica nell’essere perseveranti, alla scarsa fedeltà. Tutte le strategie di controllo e autocontrollo sono perciò stesso ambivalenti. Sono importanti, ed è decisivo che ci siano; contemporaneamente possono rivelarsi in grado di contribuire a occultare ciò che nello sviluppo della personalità è ancora da completare e che, non essendo completato, è vivo ma non integrato.

Comunque vivo e alla ricerca del proprio spazio. Il controllo trova frequente espressione nell’attitudine al controllo degli altri e al controllo di sé. Il carisma del governo, della leadership, ma pure la scelta del celibato per il Regno o della verginità consacrata, pur mantenendo il loro valore, come forme concrete del controllo e dell’autocontrollo si prestano a replicare quella ambivalenza. Dunque, da valori possono trasformarsi in complici di uno sviluppo psicologico che, inavvertitamente, non va a finire bene. Il leader si rafforza come leader e, inconsapevolmente, si indebolisce in quanto alla propria coscienza. Il paradosso è servito, ma drammaticamente reale: le responsabilità crescono a dismisura e, contemporaneamente, la coscienza si debilita e infine può giungere a frammentarsi.

A quel punto, rispetto a singole esperienze, l’autocontrollo può allentarsi e la disciplina delle emozioni, della volontà, dei sensi, può sopravvivere a certi livelli della coscienza, dileguandosi in altri, potendo giungere perfino a una drammatica contraddizione dei comportamenti. Occorre non attendere oltre: è auspicabile che la sinodalità nella Chiesa smetta di essere una parola o, peggio, uno slogan, e divenga una forma mentis concreta e praticata, affinché ogni leader impari a 'lasciarsi dire' e non pretenda di essere il solo referente di se stesso. Affinché la conoscenza di sé e dei movimenti del proprio sviluppo, soprattutto per chi nel celibato o nella verginità spesso non ha relazioni alla pari di intimità psichica, non sia il semplice prodotto dell’autocontemplazione, ma sia affidata anche al confronto con gli altri.

Sacerdote e psicologo, Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, Milano; Pontificia Università Gregoriana, Roma; Università Pontificia Salesiana, Torino