Chiesa

INTERVISTA. Sarajevo, solo il dialogo cura le ferite della guerra

Giovanni Ruggiero lunedì 10 settembre 2012
​È un Paese ancora ferito dalla guerra. La guerra ha ucciso le persone e la fiducia. Il cardinale Vinko Puljic, arcivescovo di Vrhbosna-Sarajevo lo ha ricordato nell’omelia della Messa di ieri sera che è stata il primo momento di preghiera comune dell’incontro della Comunità di Sant’Egidio. «La preghiera – ha detto Puljic – è stata la forza per sopportare gli orrori della guerra. Però adesso si stende la nuvola della disperazione. È importante che da questa città parta un messaggio di speranza: le diversità non sono uno svantaggio, ma una risorsa». Queste parole spiegano la scelta della Comunità di ritrovarsi a Sarajevo.Eminenza, che valore da a questo incontro nella sua città?A venti anni dalla fine della guerra la scelta è un simbolo. Non dimentichiamo che a Sarajevo iniziò anche la prima guerra mondiale. Sarajevo evoca queste cose tristi. Adesso deve cominciare a dare un messaggio positivo per la pace. Dopo gli accordi di Dayton non c’è ancora una pace giusta. Questi incontri sono un messaggio positivo per i giovani. Siamo tutti diversi per religione e per cultura, ma – come dice il titolo di questo meeting – vogliamo vivere insieme perché questo è il futuro.In questa terra è sempre mancata la capacità di intendersi, da qui il dolore e il lutto. Ma oggi è possibile il dialogo?Il dialogo esiste da tempo, ma è un dialogo intenso più tra le religioni che nella politica. Vuol dire che il dialogo non è una pratica nazionale. Quello religioso, però, dipende dalla situazione politica, e se manca una buona volontà politica non è facile creare un dialogo reale. Tante cose non possono essere risolte se manca il riconoscimento dei diritti umani. Se non siamo uguali, come è possibile dialogare? Diceva che le religioni si intendono di più. Possono le fedi indicare un cammino?Ogni religione coincide con una nazione: ortodossi i serbi, musulmani i bosniaci, cattolici i croati. Ma se non c’è uguaglianza, perché la politica non la favorisce, si squilibra anche il dialogo interreligioso, perché le religioni perdono in termini numerici. I cattolici in particolare. In Bosnia Erzegovina erano quasi 830mila, oggi sono la metà. La diocesi di Sarajevo, prima della guerra, aveva 528 mila cattolici, oggi solo 200mila, perché non esiste uguaglianza. Siamo minoranza anche nel riconoscimento dei diritti amministrativi, nel mondo del lavoro, nelle scuole. Non abbiamo i diritti che altri hanno.Tutto questo per effetto delle fughe. Ma è pensabile un rientro dei profughi cattolici?Dopo la guerra, tanti vogliono ritornare ma non esiste una volontà politica nazionale e internazionale che favorisca il rientro, specialmente nella Repubblica Srpska. In pratica, non è possibile ritornare perché i serbi pongono tanti ostacoli. Quale ruolo ha avuto la Chiesa cattolica in questo processo di pacificazione?Come arcivescovo invito i miei fedeli: facciamo un nostro perdono per pulire la nostra memoria e il nostro cuore, senza odio, perché l’odio è grave sia che esista in una comunità sia nel cuore della singola persona. Perdonare non vuol dire ammettere che non ci sono stati crimini, perdonare è liberare il nostro cuore in un processo di riconciliazione. I musulmani pensano invece che il perdono passi attraverso la giustizia e la verità, i serbi ragionano in modo diverso. Questo è il grande problema tra le diverse etnie.Lei dice che bisogna superare la logica del regolamento dei conti…Non solo, ma deve lavorare lo Stato con i suoi tribunali. Le religioni agiscono su un piano diverso: devono creare un clima di perdono che parta del cuore e sia basato sulla fiducia. Tutto questo è subordinato alla nascita di una vera uguaglianza; se non esiste verrà meno la fiducia l’uno con l’altro e quindi il dialogo muore.I giovani dovrebbero essere lontani da questa guerra, non solo per un fatto temporale ma perché portano una nuova mentalità…Ma i giovani crescono in una famiglia. Dipende da cosa pensano nella famiglia. Quello che pensano i padri influenza i figli. Il cambiamento dipende anche dai mass media: da come prospettano questa necessità di dialogo, se la prospettano. Non basta dire che siamo diversi: bisogna rispettare le diversità e creare un clima di rispetto nelle famiglie, nelle scuole e a livello politico. Ogni uomo deve creare l’uguaglianza.