Chiesa

Turchia. Divide Santa Sofia riconvertita in moschea. Le reazioni del mondo

Stefania Falasca martedì 14 luglio 2020

Manifestanti con bandiere turche e pachistane plaudono alla decisione di Erdogan su Santa Sofia

Poche parole: «E il mare mi porta un po’ lontano col pensiero: a Istanbul. Penso a Santa Sofia e sono molto addolorato». È con queste laconiche aggiunte a braccio che, a margine dell’Angelus di domenica papa Francesco ha fatto riferimento alla decisione del Consiglio di Stato della Turchia di riconvertire nuovamente in moschea il noto complesso monumentale di Hagia Sophia a Istanbul. Una decisione che annulla quanto era sta stabilito nel 1934 da Mustafa Kemal Ataturk, fondatore della Repubblica di Turchia, che da moschea l’aveva fatta diventare museo e da allora così era rimasta.

«Dal 24 luglio Santa Sofia sarà di nuovo un luogo di culto islamico. Come tutte le nostre moschee, le sue porte saranno aperte alla popolazione locale e agli stranieri, ai musulmani e non» ha dichiarato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan venerdì 10 luglio, in un discorso rivolto alla nazione, sottolineando che la riconversione in moschea del monumento simbolo di Istanbul rappresenta un “diritto so- vrano” della Turchia. Antica Basilica bizantina per quasi un millennio, Santa Sofia era stata trasformata in luogo di culto islamico dal sultano Maometto II dopo la conquista ottomana di Costantinopoli nel 1453. La nuova riconversione in moschea è sostenuta da tempo da Erdogan, che già lo scorso anno aveva promesso di intervenire in questo senso alla vigilia delle elezioni amministrative del 31 marzo.

Numerose anche ieri le reazioni contrarie per ragioni storico-politiche alla decisione di Ankara. Per molti si tratta di una provocazione di quel nazionalismo di cui fa prova il presidente Erdogan e la sua decisione ha sollevato non poche reazioni critiche. «Una mossa politica più che religiosa» l’ha definita il presidente della Comuntà di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo. «I musulmani di Istanbul – si legge in un pronunciamento del Patriarcato caldeo guidato da Louis Raphael Sako – non hanno bisogno di una nuova moschea a Istanbul, dove ci sono già innumerevoli moschee». Il pronunciamento della Chiesa caldea si conclude con un’invocazione rivolta a Dio Onnipotente, affinché sia Lui a liberare l’umanità «dall’estremismo e dalla politicizzazione delle religioni ».

Per il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente (Mecc) la mossa compiuta dalla leadership turca rappresenta un duro colpo per tutte le iniziative di dialogo islamo-cristiano avviate negli ultimi tre decenni, anche come risposta alle insidie dell’estre-mismo e del fanatismo settario. Lo strappo di Hagia Sophia viene visto in sostanza come un sabotaggio ai nuovi cammini di fratellanza tra cristiani e musulmani. E il Consiglio delle Chiese invoca sulla vicenda una presa di posizione decisa dell’Onu e della Lega degli Stati arabi. Il dato più insidioso dell’intera vicenda – sottolinea un messaggio firmato dal Segretario generale del Mecc, la libanese Souraya Bechealany – consiste nel fatto che la decisione turca avviene in un momento storico segnato dal solco dei rapporti di convivenza pacifica e solidale tra cristiani e musulmani, anche alla luce del Documento sulla Fratellanza Umana per la pace nel mondo firmato il 4 febbraio 2019 a Abu Dhabi da Papa Francesco e dallo sheikh Ahmed al-Tayyeb, grande imam di al Azhar.

Il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, da parte sua ha infatti già ricordato come «la trasformazione di Santa Sofia, per la sua sacralità, centro vitale in cui Oriente e Occidente si incontrano, dividerebbe questi due mondi, ancor più in un momento in cui l’umanità, afflitta e sofferente per la pandemia mortale del nuovo coronavirus, ha bisogno di unità e di un orientamento comune». Il “primus inter pares” dell’ortodossia, durante la liturgia celebrata martedì 30 giugno nella chiesa ortodossa dedicata ai Santi Apostoli a Istanbul, ha voluto rimarcare che Hagia Sophia è un centro di vita «nel quale si abbracciano Oriente e Occidente ».

Nella sua omelia Bartolomeo ha ripetuto che Hagia Sophia «non appartiene soltanto a chi la possiede in questo momento, ma a tutta l’umanità » e «il popolo turco ha la grande responsabilità e l’onore di far risplendere la sua universalità», visto che Hagia Sophia «costituisce il luogo simbolo dell’incontro, del dialogo e coesistenza pacifica dei popoli e delle culture, della reciproca comprensione e della solidarietà tra cristiani e islamici».

Da qui il comune sentire e la vicinanza di papa Francesco al fratello Bartolomeo I espressa attraverso il suo breve intervento all’Angelus, nel quale personalmente si dice «molto addolorato» per la vicenda. Una dichiarazione che non si offre dunque a chi strumentalizza le religioni per motivi politici e a quanti preferiscono avallare crociate di rivendicazione ideologiche nel contesto della narrazione dello «scontro di civiltà». Nulla di più lontano, questo, dal sentire del Papa e dallo stile cattolico.