Chiesa

Torino. «Rubare sui fondi per i malati è peccato doppio»

Federica Bello sabato 23 maggio 2015
«Scandali e corruzione sono sempre deprecabili, ma lo sono ancora di più quando si toccano gli ambiti della sofferenza: fare soldi sui poveri - e i primi poveri sono coloro che non possono contare sulla propria salute - è un peccato doppio, si ruba il doppio. Il momento in cui si tocca con mano lo scarto tra ricchi e poveri è proprio il momento della cura, non tanto a tavola dove mangiare astice o pesce azzurro ti fa vivere lo stesso, ma nel fatto che spesso chi ha soldi può curarsi e chi non li ha non può». Sono le parole forti  con cui ieri pomeriggio Nunzio Galantino, segretario generale della Cei ha aperto a Torino il convegno internazionale «L’amore che salva. Dal volto del sofferente ai volti della sofferenza». Un richiamo a tutto campo quello del vescovo Galantino a contrastare la logica delle politiche che tagliano risorse per il mondo della disabilità, che vedono la malattia come «incidente di percorso», che favoriscono l’aumento delle sofferenze psichiche consentendo il dilagare dell’azzardo; un appello contro lo stigma che etichetta gli immigrati come portatori di malattie. Considerazioni raccolte da un lungo applauso dagli oltre 350 partecipanti al convegno articolato su tre giornate promosso dall’arcidiocesi subalpina, dal Centro Camilliano di pastorale della salute di Torino, dalla Piccola Casa della Divina Provvidenza, dall’Ordine ospedaliero San Giovanni di Dio Fatebenefratelli. «Una riflessione a più voci – ha sottolineato don Marco Brunetti, direttore dell’Ufficio di pastorale della salute dell’arcidiocesi di Torino – proprio per richiamare l’attenzione sul mondo della sofferenza, per favorire il passaggio dalla contemplazione della sofferenza testimoniata dalla Sindone al quella vissuta quotidianamente da tanti ammalati». Un passaggio che come ha ricordato l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia, va letto nell’ottica «di quell’Amore più grande e salvifico di cui siamo i destinatari e che ci deve spingere quotidianamente ad andare verso le periferie abitate dalla sofferenza». Dinamismo, 'incontro di volti', testimonianza concreta che non resta solo sequenza di intenzioni, che è stato poi il filo conduttore degli interventi aperti da Galantino con alcuni interrogativi per richiamare l’inscindibile legame che si deve cogliere «tra la contemplazione del volto di Cristo sofferente e la contemplazione di coloro che sono la carne sofferente di Cristo» e l’importanza di «legare culto e vita». Parole che hanno aperto all’approfondimento del mistero della sofferenza sviluppato negli interventi che si sono susseguiti dell’arcivescovo Zygmut Zimowski, presidente del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, di padre Angelo Brusco, direttore del Centro Camilliano di Formazione di Verona e dell’arcivescovo di Chieti-Vasto Bruno Forte. «Più facile è parlare di sofferenza – ha sottolineato Zimowski – più difficile è unire la propria sofferenza con quella di Cristo; dobbiamo essere buoni samaritani: la società che non accetta la sofferenza e i sofferenti è crudele, noi dobbiamo essere umani».