Chiesa

Il teologo. Repole: quel perdono di Dio che ci salva

Andrea Galli martedì 8 dicembre 2015
L’amore di Dio per l’uomo peccatore: siamo abituati a sentirne parlare fin dal catechismo dell’infanzia e corriamo il rischio di percepirlo come un dato normale, scontato. Anni fa René Laurentin, il grande mariologo francese, in uno scritto dedicato all’Immacolata Concezione che festeggiamo oggi, lo definiva invece «ciò che vi è di più oscuro nel mistero della salvezza». Ovvero, il fatto che il popolo scelto da Dio come una «sposa prediletta» secondo l’insegnamento dei profeti, è stato infedele, si è «prostituito » ai falsi dei e tuttavia Dio ha continuato ad amarlo con una fedeltà incrollabile. Nell’Antico Testamento, ricordava sempre Laurentin, si delinea a partire dal capitolo 2 del Libro di Osea una misteriosa promessa: la sposa adultera, Dio la riprenderà negli ultimi tempi come una sposa pura. Al termine di questa linea veterotestamentaria, nel Cantico dei Cantici, tutto il passato, tutti i rimproveri sono cancellati. Lo sposo Jahvè può dire così alla fidanzata Israele: «Tutta bella tu sei, amica mia, e non v’è in te alcuna macchia». Un amore capace di trasfigurare e rendere vergine il volto dell’amata. È questo il mistero della misericordia divina anche secondo don Roberto Repole, sacerdote torinese, dal 2011 presidente dell’Ati, l’Associazione dei teologi italiani. «La misericordia di Dio non è un aspetto accidentale del suo rapportarsi con la nostra umanità – spiega – ma è un tratto fondamentale del suo venirci incontro, come ci insegna appunto la Rivelazione. Leggendo i Vangeli, diceva un teologo contemporaneo come Johann Baptist Metz, vediamo anzitutto un Dio interessato alle nostre ferite, che ha compassione delle nostre sofferenze. In tal senso, Egli si mostra anzitutto misericordioso, con il cuore rivolto cioè alle nostre miserie. Ma vediamo, altresì, un Dio che non si stanca dell’uomo, anche quando questi si allontana con il peccato. Anche in questo caso, Egli non desiste e non cessa di tenere aperto il Suo cuore amorevole, concedendoci di ritornare a Lui». Un fraintendimento dietro l’angolo, oggi, per quanto riguarda la misericordia, è quella di considerarla come una sorta di indulto, un nulla osta rispetto alla nostra condotta. Niente di tutto ciò, sottolinea don Repole: «Nel suo volerci attirare a Lui, Dio vuole che prendiamo coscienza del nostro peccato e ci convertiamo. Anselsmo d’Aosta, nel suo Cur Deus homo, in cui si chiede perché Dio si sia fatto uomo, dice che noi umani siamo come una perla preziosa, che con il peccato è stata imbrattata. Non possiamo pensare di rimettere la perla nello scrigno, senza che sia stata pulita, purificata. Pensiamo poi all’episodio dell’adultera: la misericordia gratuita, sovrabbondante di Dio, si accompagna al “va e non peccare più”». Ma proprio in questa chiamata alla conversione, in questa esigenza di giustizia, continua don Repole, rifulge la misericordia: «Dio ci chiede di allontanarci dal peccato per il nostro bene. Quello che lui vuole è che torniamo a essere ciò che eravamo e siamo nel suo progetto originario, ovvero pienamente suoi figli. Il peccato infatti ci sfigura, deturpa la bellezza del nostro volto, fatto ad immagine del Volto di Cristo. Dio vuole che la nostra umanità ritrovi la sua pienezza, la sua armonia. E lo vuole a tal punto da non interrompere la relazione, anche quando con il peccato noi ci sfiliamo. Dio ci vuole felici: ecco, il Giubileo deve servire anche a ricordarci questa luminosa verità, che il cristianesimo, tutta l’economia della salvezza è davvero una “buona notizia”. Ma noi non siamo veramente felici, quando siamo immersi nell’egoismo, nell’ingiustizia, o abbiamo il cuore colmo di rabbia, di rancore e di sfiducia...». L’Anno Santo sarà anche un momento propizio, dice il sacerdote, per riscoprire la bellezza del sacramento della Riconciliazione, «o la valenza di perdono presente in altri sacramenti, come l’Eucaristia». Ma tutto sarà fruttuoso se avremo anche un’altra accortezza: «Se l’annuncio della misericordia è offerto al mondo e ai lontani, come Chiesa dobbiamo sempre riconoscere il nostro bisogno di perdono e di misericordia. Solo una Chiesa capace di riconoscere che è essa stessa il primo oggetto e il frutto della misericordia divina, può essere strumento efficace perché questo amore infinito raggiunga anche gli altri».