Chiesa

Social network e fede. I preti blogger gettano la rete

Guido Mocellin martedì 11 aprile 2017

«Neanche un prete, per chiacchierar...». È probabile che oggi, dopo la rivoluzione digitale, un verso come quello reso celeberrimo da Adriano Celentano non avrebbe più tanto senso: online troveremmo in qualunque momento più di un sacerdote con il quale chattare. Anche prescindendo da ricerche specifiche (tra le quali ricordo, tre anni fa, quella presentata al convegno «Churchbook. Tra social network e pastorale», che stimava al 20% la percentuale dei parroci su Facebook), la sola esperienza mostra infatti a ciascun internauta attento alla vita ecclesiale che ci sono molti preti attivi nella Rete, sia attraverso blog e profili personali sui social network, sia in quanto gestiscono direttamente i siti e le pagine delle parrocchie nelle quali esercitano il ministero.

Come accade per tutti gli altri utenti, i contenuti che questi pastori veicolano sono molto diversi a seconda dell’intenzione con la quale ciascuno di essi decide di segnare con la propria presenza la Rete.Chi interpreta il ministero in termini più funzionali, come fosse una professione, attribuisce ai momenti trascorsi online il ruolo dello stacco ricreativo. Usa soprattutto i social network, dove coltiva rapporti personali e interessi che possono prescindere dalla missione apostolica. Non nasconde la sua identità di chierico, ma neppure la sbandiera: ai familiari e ai "vecchi amici" con i quali tiene i contatti essa è già nota (non fa differenza se usa un nickname), con gli altri pensa che sia meglio mantenere una certa riservatezza. Internet corrisponde all’appartamento nel quale vive e dove raramente fa entrare i parrocchiani, o alla stanza che ha conservato a casa dei genitori.

Chi invece non è così diviso in sé stesso trasferisce e condivide online le proprie inclinazioni di uomo di Chiesa: scrive o più spesso rilancia materiali intorno agli studi biblici, alla ricerca teologica, alla liturgia, all’attualità ecclesiale, all’animazione della comunità, alla pietà popolare. La sua identità di prete è ben evidente, e le relazioni che coltiva sono di evangelica prossimità, ma non sempre si rende conto che anche in Rete sta esercitando il proprio ministero, anzi: può capitare che ne sottovaluti la dimensione pubblica, e dunque che si sbilanci, in un post o in un commento su un post altrui, in espressioni azzardate che invece tratterrebbe se fosse all’ambone. Quando è su Internet è un po’ come se fosse nel suo studio e un po’ nella sua sagrestia.

C’è infine chi, da uomo di Dio aperto al tempo, guarda al digitale come a un ambiente dove, positivamente, annunciare e testimoniare il Vangelo e continuare l’azione pastorale. Talvolta lo fa con straordinaria passione. Si rende disponibile ad aprire siti istituzionali e li gestisce con metodo, postando regolarmente contenuti originali o comunque riorganizzati a uso e consumo della comunità (fisica e digitale) alla quale vuole rivolgersi. Racconta, con parole e immagini, la vita della parrocchia che guida per valorizzarla agli occhi di chi ne è lontano e per confermare chi invece ne è già parte attiva. Se proprio non corrisponde al tempio in cui si raduna l’assemblea liturgica, della quale può comunque arrivare a condividere qualche foto e qualche video, certamente per lui la Rete è un grande oratorio, ma anche un’aula di catechismo, una sala della comunità, un campo estivo, persino una silenziosa cappella.Anche se, come sottolineano tanti e qualificati esperti in materia, non deve rimanere legato a un modello di comunicazione "da uno a molti", né tantomeno considerare la Rete un semplice amplificatore di contenuti – dalla lectio divina all’avviso della salsicciata – provenienti dalla pastorale ordinaria, è quest’ultimo tipo di presenza quella che sta dando i frutti più interessanti. Come i casi presentati in questa pagina testimoniano.