Chiesa

Storie di preti di periferia. Padre Vicente e la sfida delle bottiglie

Gabriella Zucchi mercoledì 9 settembre 2015
​Il cielo è plumbeo e il moto ondoso tutt’altro che pacifico, a dispetto del nome dell’oceano che stiamo solcando in lancia veloce. Dopo oltre un’ora di continui sobbalzi l’approdo è finalmente raggiunto. L’impresa adesso è sbarcare. Ce l’ho davanti a me, padre Vincenzo, mentre nella sua mole imponente e asimmetrica, poiché segnata da una vistosa ernia addominale, si destreggia tra l’imprescindibile bastone e i gradini che salgono a prua. Tutto scuote allo stesso modo: la lancia che dobbiamo lasciare e la banchina di legno che ci attende. Solo la successiva scala di pietra è ferma, ma le sue forme rese incerte dall’erosione. Due lupi di mare dalla pelle nera lo afferrano con braccio potente, il padre, e quasi sembrano sollevarlo per metterlo in salvo sul molo di cemento. È un gesto abituale, il loro, nei confronti di questo passeggero non occasionale, che ogni mese scende in autobus dalle alture di Cali al porto di Buenaventura - circa 120 km, due ore e mezza di curve sulla cordigliera andina - per proseguire in lancia fin qui a Ladrilleros e rientrare dopo una settimana.
Classe 1932, originario di Boves (CN), l’ottantatreenne missionario della Consolata Vincenzo Pellegrino è arrivato in Colombia neo sacerdote nel settembre del 1957. «Per trasportare gli emigranti italiani, la Società Italia aveva messo a disposizione delle navi da guerra riadattate e dalla ventilazione pessima - racconta - e noi missionari avevamo il viaggio pagato. Da Genova salpavano tre navi ogni mese. Dopo 21 giorni di mare, siamo sbarcati a Cartagena de Indias: accadeva per la prima volta!». Per tutto il decennio precedente, infatti, alle navi cariche di migranti non era consentito attraccare all’elegante porto del mar Caribico: al pari delle merci, la forza lavoro doveva attraversare il canale di Panama ed essere "scaricata" a Buenaventura, il porto commerciale più importante del Paese, che sta sul Pacifico. «Nel 1947, a Buenaventura i primi missionari furono accolti dal nunzio pontificio con la banda» annota con un certo divertimento padre Vincenzo, o forse è meglio dire "Vicente", come la gente di Colombia.
Cali - capitale del dipartimento di Valle del Cauca e terza città del Paese - è la seconda città dell’America Latina per abitanti di origine africana, dopo Recife in Brasile. I discendenti degli schiavi superano largamente la metà della popolazione, ma sono fortemente discriminati quanto a reddito, accesso all’istruzione e all’occupazione, e praticamente esclusi (sono l’1%) dai luoghi di esercizio della rappresentanza. A metà degli anni ’80 in alcune diocesi della Colombia inizia a maturare il convincimento che la specificità afro meriti un’attenzione dedicata nella pastorale, un’attenzione capace di valorizzarne identità, cultura e tradizioni. Nel 2001 l’allora arcivescovo di Cali, mons. Isaías Duarte Cancino, chiede ai Missionari della Consolata di accompagnare questo cammino. Il Centro di pastorale e spiritualità afrocolombiana della diocesi è oggi affidato alla cura di alcuni di loro, nativi del Kenya e dell’Uganda. Unico membro della comunità religiosa ad avere la pelle bianca, padre Pellegrino è viceparroco dell’attigua parrocchia di Cristo Maestro.L'incarico pare tuttavia non bastare all’anziano sacerdote, a cui 27 anni fa avevano dato soltanto pochi mesi di vita per un tumore all’intestino che gli è costato già vari interventi chirurgici: una forza interiore e un animo caparbio lo sospingono a raggiungere ogni mese Ladrilleros, a volerci accompagnare laggiù a ogni costo, noi, esigua rappresentanza dell’associazione "Impegnarsi serve", che da quasi 20 anni collabora coi missionari della Consolata. «Anche questo è un tassello della pastorale afro, ma la verità è che il Pacifico mi ha stregato» risponde candidamente padre Vincenzo. Ladrilleros è territorio della diocesi di Buenventura, ma nella pastorale afro i confini diocesani talora sfumano. «Nel 2008 ero a Cali da un anno - racconta -, quando sono stato invitato dall’amico di un confratello in questo luogo, che non conoscevo. Era un giorno splendido, e sono rari qui i giorni splendidi… sembrava il paradiso terrestre. Camminando sotto il sole lungo la spiaggia non poteva però sfuggirci l’immondizia che contaminava il paesaggio, soprattutto plastica. Nasce l’idea: perché non escogitare qualcosa per l’educazione ecologica dei bambini?». Dal piccolo seme di quel giorno è sorta la "Fondazione Sayra, bambini ecologici in azione", associazione senza scopo di lucro. Il progetto ruota attorno a un’idea centrale scolpita anche all’esterno della casetta di legno dell’associazione: "Se lo ascolti lo dimentichi, se lo vedi lo ricordi, se lo fai lo impari, se lo impari insegnalo". Come indica la pedagogia di Collodi, dove Geppetto modella il suo burattino per trasformarlo in uomo, occorre un percorso di istruzione, formazione ed educazione - tre concetti simili ma distinti - per far crescere degli uomini.
«La prima cosa da combattere - prosegue il padre - è stato il paternalismo passivo che spinge a presentarsi come "poverini": esiste qui un turismo del week-end (da giugno a ottobre si avvistano le balene che giungono per la riproduzione) e i bambini si abituano a vivere mendicando. Così abbiamo deciso che per far parte dell’associazione dovessero pagare un’iscrizione. Ma in che modo, che non possiedono denaro? Raccogliendo dalla spiaggia cento bottiglie di plastica. È un lavoro di pochi minuti, ma è importante per far nascere l’orgoglio di dire "questo me lo sono guadagnato"». Con le bottiglie riciclate è quindi stata costruita una cappella, la recinzione del terreno in cui è collocata e un bell’arco d’ingresso: i ragazzi hanno infilzato le bottiglie col filo di ferro per tenerle insieme. L’utilizzo delle bottiglie raccolte non si esaurisce tuttavia in questo impiego: la plastica viene anche triturata e fusa artigianalmente per produrre barre cilindriche lunghe due metri da conficcare nel terreno, a guisa di pali di cemento, al fine di dare stabilità al basamento della cappella e di altre analoghe costruzioni. «È importante qui utilizzare le risorse già disponibili, perché le materie prime devono essere trasportate praticamente a spalla ed è molto costoso» annota padre Vincenzo.
Poi è sorta l’"ora ecologica" che i ragazzi delle scuole medie iscritti all’associazione frequentano una volta alla settimana nel doposcuola. Un educatore insegna loro a classificare le piante aromatiche e medicinali, a coltivare le orchidee (nella zona ce ne sono più di cento specie), come preparare il concime per i bonsai e utilizzare i vermi nella concimazione. Lo scopo, ancora una volta, è creare una mentalità, rendere i ragazzi via via capaci di assumersi una responsabilità rispetto all’ambiente circostante e anche alla propria vita. Padre Vincenzo è entusiasta ma non nasconde le molte difficoltà del contesto. In più, non ha dubbi, «anche il diavolo ogni tanto ci mette la coda». Quindici giorni prima, un uragano ha divelto il ramo di un albero che si è abbattuto sulla cappella di bottiglie, distruggendola. Niente paura: grazie alla fede, alla tenacia e alla caparbietà di un prete delle valli di Cuneo, i lavori di ricostruzione sono già iniziati.