Chiesa

Precursori. Chiesa in uscita, l'Italia riscopre i suoi preti operai

Enrico Lenzi giovedì 16 novembre 2023

Operai delle acciaierie Terni a San Pietro, 2004

«Ci avete insegnato che nella Chiesa ci si può stare sia da preti sia da operai, senza congiunzioni e forzature di sorta». Le parole del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, sorprendono e commuovono la platea di sacerdoti che hanno alle spalle – o conducono ancora – l’esperienza di prete operaio. E Zuppi aggiunge non solo il «grazie perché avete creduto in quel modello di servizio alla Chiesa e vi siete dedicati con tutto voi stessi», ma anche il riconoscimento che «spesso vi siete sentiti ai margini della vita ecclesiale. Dal centro si fa più fatica a comprendere le periferie». Parole forti, che in qualche modo cercano di ricucire uno “strappo” che risale a 38 anni fa quando l’esperienza del sacerdote nel mondo del lavoro venne progressivamente abbandonata.

Il seminario nazionale dei preti operai svoltosi a Bologna su iniziativa dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro. Al centro il cardinale Matteo Zuppi - .

La Chiesa in questi quasi quattro decenni è cambiata e anche da questa consapevolezza è nato il seminario nazionale svoltosi a metà giugno a Bologna su iniziativa dell’Ufficio nazionale per i problemi sociale e il lavoro, guidato da don Bruno Bignami. Si può dunque comprendere l’emozione della cinquantina di preti operai presenti sui circa 120 del nostro Paese. Sono pochi quelli giovani, mentre la stragrande maggioranza ha lasciato da tempo il mondo del lavoro, ma solo perché collocati in pensione. «Parole importanti – commenta don Roberto Fiorini, classe 1937 e prete operaio a Mantova – perché sembra essere cresciuta la consapevolezza che la vigna del Signore è in ogni luogo, anche nel mondo del lavoro». Lui alle spalle ha una lunga esperienza nella Acli mantovane e poi nel mondo sanitario come infermiere generico. «Fu una mia scelta, che confrontai con il mio vescovo – racconta – ma la responsabilità ultima spettava a me. Del resto abbiamo camminato nel solco del Vaticano II. E anche Paolo VI in molte occasioni sottolineò l’importanza di essere presenti nel mondo del lavoro. Ma in molte Chiese locali e nazionali ci furono resistenze e alla fine nel 1985 l’esperienza dei preti operai fu dichiarata conclusa dalla Cei», ricorda don Fiorini. Eppure l’esperienza dei preti operai è prevista nel decreto sul ministero e la vita dei presbiteri “Presbyterorum ordinis”, frutto del Concilio Vaticano II, dove al punto 8 dice che tutti i preti fanno parte della comunità diocesana «sia che esercitino il ministero parrocchiale, sia che si dedichino alla ricerca dottrinale o all’insegnamento, sia che esercitino un mestiere manuale, condividendo la condizione operaia, nel caso ciò risulti conveniente e riceva l’approvazione dell’autorità competente». Ma dopo una progressiva diffusione – gli ultimi dati disponibili risalgono al 1989 e parlano di 110 preti operai, concentrati prevalentemente in Veneto (25), Lombardia (22), Piemonte (17) e Lazio (13) – a quell’esperienza è venuta meno l’approvazione delle autorità competenti, che ne ha decretato la fine, non solo in Italia. In diversi hanno comunque proseguito il loro lavoro, sentendosi però, come ha riconosciuto lo stesso cardinale Zuppi, «ai margini della vita ecclesiale».

Il seminario nazionale dei preti operai svoltosi a Bologna su iniziativa dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro - .

Nessun colpo di spugna sul passato ovviamente, ma dentro la Chiesa, anche con il pontificato di Francesco, è aumentata la necessità di porsi in dialogo con e nel mondo. I preti operai sono probabilmente stati precursori dell’attuale invito a essere “Chiesa in uscita”. «Non vi siete rassegnati a vedere una Chiesa autoreferenziale, mentre perdeva capacità di presenza negli ambiti di lavoro», ha detto ancora il presidente della Cei ai sacerdoti presenti all’incontro di Bologna. «Penso che oggi sia il momento di ribadire a tutto tondo che la vostra è un’esperienza di Chiesa. Senza di voi i modelli di evangelizzazione sarebbero più stantii». Un riconoscimento forte che non vuole relegare questa esperienza ecclesiale solo al passato o ai punti critici che in alcuni momenti può aver evidenziato. Di certo un dialogo che riparte. Dopo trentotto anni.