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IA. Benanti: regole globali perché le tecnologie non diventino le «nuove atomiche»

Francesco Ognibene mercoledì 9 agosto 2023

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La guerra non si fa solo con le armi. L’Intelligenza Artificiale (IA) può entrare a far parte degli arsenali con cui si combattono i conflitti ma che soprattutto gli aprono la via. La questione sollevata dal Papa con la scelta di un tema imprevedibile per la prossima Giornata per la Pace è tutt’altro che stravagante. Anzi: è di assoluta attualità, e incalza la riflessione sul ruolo delle tecnologie della conoscenza in un mondo travagliato da conflitti aperti o latenti.

Chi la sa lunga sugli usi dell’IA è padre Paolo Benanti, francescano del Terzo Ordine Regolare, docente di Teologia morale ed Etica delle Tecnologie alla Gregoriana, considerato tra i massimi esperti di “algoretica”, l’etica degli algoritmi, alla base dell’AI.

Cosa c’entra l’IA con la pace e la guerra?

È un tipo di tecnologia che non serve a fare una cosa ma cambia il modo in cui facciamo tutte le cose, com’è accaduto con l’elettricità. E sappiamo che per l’energia si sono combattute molte guerre. L’IA è una risorsa preziosa ma anche fonte di conflitto, tanto sull’approvvigionamento di tecnologie quanto sulla superiorità che il suo possesso può dare rispetto al nemico, non solo sui campi di battaglia. Per questo l’IA è una risorsa fondamentale oggi negli scenari geopolitici.

Quali insidie vengono direttamente dall’IA alla pace?

La principale è quella relativa a un mezzo in grado di perseguire un fine costi quel che costi. I conflitti accadono quando si perseguono obiettivi senza tener conto delle conseguenze. C’è poi la questione dell’impatto enorme sullo scenario economico, di per sé fonte di squilibri e di tensioni. Ma in gioco c’è un altro aspetto oggi decisivo come la manipolazione del linguaggio, dell’informazione e delle conoscenze. L’influenza che l’IA può avere sull’opinione pubblica, ad esempio creando un nemico, è grandissima.

Siamo nel campo delle condizioni che rendono possibile una guerra...

Senza dubbio l’IA altera gli equilibri globali.

Un tema di simile portata è già entrato nell’agenda di chi realizza e gestisce i sistemi tecnologici avanzati?

Sta facendo il suo ingresso. Nell’ultimo G7 a Hiroshima si è parlato di avviare un processo per evitare che l’IA sia la prossima bomba atomica. Il Papa legge i segni dei tempi e propone alla Chiesa un salto in avanti di consapevolezza sulle minacce e le risorse per la pace oggi, chiedendoci di entrare nel vivo delle angosce e delle speranze di tutti.

Quale parola può portare la Chiesa su questo tema?

Più di una: l’idea che siamo “fratelli tutti”, la visione integrale di problemi complessi, cioè il cuore di Laudato si’, e la condizione umana come ricerca di gioia e speranza, al centro della Evangelii gaudium.

Su cosa si va orientando il dibattito tra esperti di IA nel mondo?

Sulla necessità di una regolamentazione. Non si crede più che tecnologia sia di per sé sinonimo di progresso. Può esserlo solo se è mediata dai diversi portatori di interessi della società civile, condizione per diventare strumento di sviluppo umano e quindi di pace.

Imporre regole condivise e rispettate con tanti interessi in campo è realistico?

È una grande sfida, ma governi e istituzioni sovranazionali lavorano a soluzioni di questo tipo, come fu per mettere sotto controllo il proliferare di armi atomiche. Come Chiesa dobbiamo intervenire perché si diffonda questa che è una cultura di pace.

Quali princìpi si stanno affermando per regolamentare l’IA?

C’è chi parla di progetto generale per un’IA “amica dell’uomo”, di una “partente” per queste tecnologie, di “buone pratiche” cui ispirarsi, o di regolamenti basati sui diritti umani. Approcci diversi, si stanno percorrendo varie strade. Credo che si approderà a un mix di queste ipotesi. Sono fiducioso, l’interesse ad arrivarci è anche delle altre grandi religioni, che si sono riconosciute nella Rome Call for AI Ethics partita dalla Pontificia Accademia per la Vita.

Quali sono i criteri di riferimento per l’etica dell’IA?

Occorre “mettere a terra” sistemi che non siano competitivi rispetto all’essere umano ma complementari e che contribuiscano alla piena realizzazione dell’uomo senza configurare una sorta di nuova specie di sapiens. E poi c’è l’idea di realizzare sistemi che non escludano o marginalizzino i più poveri creando nuove disuguaglianze, all’origine delle guerre.

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