Chiesa

CHIESA E SOCIETA'. Media cattolici, fedeltà al Vangelo e all'uomo

Gianni Santamaria venerdì 8 ottobre 2010
Attenzione ai linguaggi con cui si parla agli uomini d’oggi. Ma soprattutto a cosa alberga nei loro cuori. Insomma, ci vogliono tecnica e professionalità, per essere chiari e incisivi. Ma anche umanità e consapevolezza di avere un punto di riferimento prezioso: il Vangelo.L’arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali, ha appena guidato gli oltre duecento partecipanti al Congresso mondiale della stampa cattolica, arrivati da 85 nazioni, all’udienza con Benedetto XVI. Con loro anche monsignor Paul Tighe, irlandese e monsignor Giuseppe Scotti rispettivamente segretario e segretario aggiunto e il sottosegretario Angelo Scelzo. Il Papa, nel discorso che riportiamo integralmente nella pagina a fianco, ricorda come «la ricerca della verità dev’essere perseguita dai giornalisti cattolici con mente e cuore appassionati, ma anche con la professionalità di operatori competenti e dotati di mezzi adeguati ed efficaci». Cosa difficile in un contesto dominato dalle immagini, dove spesso «l’evento viene presentato principalmente per suscitare emozioni». Il capodicastero vaticano, tracciando un bilancio della quattro giorni, conclusasi ieri, invita a una doppia fedeltà: all’uomo e al Vangelo. E ad agire con «audacia profetica» in un mondo segnato da «dittatura del relativismo» e «passioni tristi».Qual è lo stato di salute dei media cattolici?Si muovono con varie velocità. Non c’è uniformità nei vari contesti sociali. In alcuni Paesi stampa e nuove tecnologie giocano un ruolo fondamentale e sempre più ricco, in altri manca persino l’accesso a internet.Il "digital divide".Che è evidentissimo, l’ho ricordato nel saluto al Papa.Al convegno sono emersi, però, segni di ottimismo, ad esempio riguardo all’Africa.Ottimismo, direi, un po’ esagerato. Si dice che si comincerà: ma mi domando quando i vari Paesi potranno ottenere questi servizi. È innegabile, però, che col tempo le nuove tecnologie favoriranno l’accesso dell’Africa. C’è poi da dire che il divide non riguarda solo il digitale. Vale pure per la stampa scritta. Oggi (ieri per chi legge, ndr) abbiamo visto l’esempio dell’Italia, che può permettersi il "lusso" di produrre oltre 180 settimanali diocesani e parecchie altre riviste nazionali. Mentre ci sono Paesi in cui si fa fatica a stampare foglietti settimanali o mensili.Passando ai contenuti, il Papa richiama i giornalisti al servizio della verità.È l’essenza, la missione della stampa cattolica. Vivere una doppia fedeltà: al Vangelo, ma anche all’uomo. Cosa significa quest’ultima? Dobbiamo scoprirlo sempre più. La visione della Chiesa fa sempre riferimento alla trascendenza e al fine ultimo dell’uomo. Su questo punto un riferimento importante è il discorso del Papa al mondo della cultura in Portogallo, il 12 maggio scorso. Così come due immagini da lui usate: la «diaconia della cultura» e il «cortile dei gentili».Come parlare all’uomo d’oggi, bombardato di stimoli e messaggi?Quello dei linguaggi è uno dei temi più delicati. Ne parleremo alla nostra prossima plenaria. Perché è fondamentale il linguaggio che uso per parlare all’uomo d’oggi. Il quale ne ha uno suo, che va capito. Ma il problema non si limita a questo. Occorre scoprire cosa l’uomo ha nel cuore. C’è bisogno di una Chiesa non di nicchia, che non condanna, ma sa camminare con l’uomo, lo sa ascoltare, comprendere. Con la consapevolezza di avere in mano, come ha sottolineato il Papa nel suo discorso, una Parola che è punto di riferimento per il cammino.Una Chiesa che si propone. Poi si possono trovare ascoltatori anche scettici o prevenuti.Certo. C’è una dittatura del relativismo. Così come siamo in un’«epoca di passioni tristi», come recita il titolo di un saggio. Per questo occorre audacia profetica, dimensione che innegabilmente abbiamo un po’ perduto. Ne parla Benedetto XVI proprio nel discorso in Portogallo che ricordavo.Che consapevolezza ha tratto da questo appuntamento mondiale?Che c’era bisogno di ascoltarci. Una cosa che fa bene perché chi ha partecipato si è accorto che ci sono sì difficoltà, ma c’è una medesima missione.