Chiesa

Tribunale . Papa: giudici rotali, accogliete le fragilità

Luciano Moia venerdì 23 gennaio 2015
Una nuova teologia della misericordia, un’analisi sociale senza velature sull’atteggiamento con cui tante coppie guardano al progetto nuziale, l’auspicio che in ogni tribunale siano presenti patroni stabili per permettere anche a chi versa in situazioni economiche disagiate di rivolgersi alla Chiesa per fare luce sul proprio matrimoniale. «Quanto vorrei che tutti i processi fossero gratuiti», ha detto il Papa al termine dell’intervento rivolto a giudici, officiali, avvocati, e collaboratori della Rota romana per l’inaugurazione dell’Anno giudiziario. Non un discorso "tecnico", ma parole ricche di calore pastorale, segnate dalla necessità di trasmettere anche agli uomini e alle donne che si occupano di tradurre il diritto della Chiesa in prassi quotidiana, quel nuovo clima segnato dall’accoglienza e dalla comprensione, sullo sfondo di quella «conversione pastorale delle strutture ecclesiastiche» che Francesco persegue. In questa prospettiva va inteso l’invito a non «chiudere la salvezza delle persone dentro le strettoie del giuridicismo». La legge insomma non va letta in una logica impositiva ma modellata, orientata ad esprimere in ogni circostanza l’abbraccio materno della Chiesa. Da qui l’invito di Francesco ad evitare «sofismi lontani dalla carne viva delle persone in difficoltà», anche e forse soprattutto da coloro che, al momento del consenso matrimoniale, nella maggior parte dei casi senza esserne consapevoli, hanno espresso fedeltà «alla mendace mentalità mondana» e non a Cristo. In queste situazioni, sembra dire il Papa, inutile puntare il dito contro le persone «vulnerate da un relativismo sistematico» (sono parole di Paolo VI). Inutile condannare chi ha ceduto alle «pressioni della mentalità corrente, diventata dominante attraverso i media». Certo, pesa l’egoismo, il soggettivismo, quella «mondanità spirituale che "si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa"», come lo stesso Francesco aveva scritto nell'Evangelii gaudium.  Ma l’amarezza per queste situazioni non deve far velo all’impegno di accogliere la fragilità di un numero crescente di famiglie. «La Chiesa – ha spiegato ieri il Papa – conosce la sofferenza di molti nuclei familiari che si disgregano, lasciando dietro di sé le macerie di relazioni affettive, di progetti, di aspettative comuni». L’intervento del giudice dev’essere allora finalizzato a comprendere se, dietro quella dolorosa implosione di speranze e di aspettative, ci sia un «vizio di consenso, un grave deficit nella comprensione del matrimonio stesso da determinare la volontà». Già Benedetto XVI, nel luglio 2005, pochi mesi dopo la sua elezione, rivolgendosi ai parroci della Val d’Aosta dove si trovava in vacanza, aveva sottolineato come la mancanza di una fede matura, potesse essere sufficiente per aprire la strada alla nullità matrimoniale ed aveva auspicato l’avvio di una riflessione per arrivare allo snellimento dei processi canonici. Una posizione condivisa da Francesco, che non solo ha istituito una commissione con questo obiettivo, ma ha voluto che il tema fosse tra quelli all’ordine del giorno nel dibattito sinodale. Ieri ha ribadito con chiarezza che l’ignoranza sui contenuti della fede riguardo al matrimonio, quella che il codice di diritto canonico chiama "errore determinante la volontà", non «va più ritenuta eccezionale come in passato» perché oggi troppi giovani – e meno giovani – guardano al matrimonio come «a una mera forma di gratificazione affettiva», ignorando il senso dell’amore coniugale, l’esclusività dell’unione, la reciproca donazione, l’apertura alla vita, la stessa permanenza dell’unione. Quei principi cioè che sono alla base del matrimonio cristiano. Quando questa consapevolezza viene meno, quando si spezza, a causa spesso della stessa fragilità del suo presupposto valoriale, i giudici non possono non valutarne motivi e conseguenze. E questo loro impegno, secondo quanto auspicato dal Papa, non va inteso solo in senso giuridico, ma anche come «un lavoro pastorale per il bene di tante coppie, e di tanti figli spesso vittime di queste vicende».