Chiesa

La storia. Morto padre Jalics. Provò sulla sua pelle la brutalità del regime argentino

Lucia Capuzzi martedì 16 febbraio 2021

Padre Franz Jalics è morto a Budapest a 93 anni

«Mia speranza e mia gioia, mia forza, mia luce; Cristo mia certezza, in te confido e non temo». Così, i volontari della casa per ritiri Gries Hous si erano congedati da padre Franz Jalics, il 3 dicembre scorso, il giorno dell’onomastico del sacerdote. Nel salutarlo, avevano rispettato la tradizione di cantare insieme le parole di un inno sacro caro al gesuita 93enne. Sarebbe stata la loro ultima conversazione. Sabato notte, Franz Jalics, teologo e autore di numerosi libri di spiritualità, è morto a Budapest proprio mentre rientrava dalla clinica alla casa per anziani dove risiedeva dal 2017. Prima di allora era vissuto a Wilhelmsthal in Baviera, nella Gries Hous. Là aveva trovato pace dopo la lunga e dolorosa stagione argentina, in cui padre Jalics sperimentò sulla sua carne la brutalità della dittatura. Il 23 maggio 1976, a due mesi dal golpe, il sacerdote fu arrestato insieme al confratello, Orlando Yorio, nella baraccopoli di Bajo Flores, dove aveva scelto di stare per accompagnare i poveri. Un impegno che, all’epoca, era visto quantomeno con sospetto dai militari che tennero i due religiosi per cinque mesi nelle segrete della Escuela mecanica de la armada (Esma), centro di detenzione illegale e di tortura. A rendere ancor più tragica la vicenda il sospetto, fatto circolare ad arte, che i due fossero stati traditi e denunciati come filo-guerriglieri da qualcuno a loro vicino. Nientemeno che l’allora provinciale, padre Jorge Mario Bergoglio. Quest’ultimo, ormai arcivescovo di Buenos Aires, venne addirittura chiamato a testimoniare al processo contro i carnefici della Esma, l’8 novembre 2010. In quell’occasione, l’allora cardinale ribadì di essersi dato da fare per la liberazione dei confratelli, cosa effettivamente avvenuta, il 23 ottobre 1976. Il dubbio, però, di un presunto "ruolo oscuro" di Bergoglio nella vicenda continuò ad essere fatto serpeggiare. Solo dopo l’elezione a Pontefice, la verità è potuta emergere con forza. Proprio grazie a padre Jalics e ai suoi due comunicati, diffusi il 15 e 20 marzo 2013, come ben ricostruisce Iacopo Scaramuzzi in Tango Vaticano (edizioni dell’asino). «In passato anch’io tendevo a pensare che fossimo stati vittima di una denuncia. Ma alla fine degli anni Novanta dopo numerosi colloqui mi è stato chiaro che questa supposizione era infondata. È dunque falso supporre che il nostro arresto sia avvenuto a causa di padre Bergoglio», scrive il gesuita. Una conclusione che padre Jalics aveva avuto modo di condividere con l’interessato già anni prima: in quell’occasione celebrarono insieme la Messa e si scambiarono un abbraccio fraterno. L’ultimo incontro con l’ormai papa Francesco è avvenuto il 5 ottobre 2013 a Santa Marta ed è rimasto riservato. Nel frattempo, è emerso l’autentico ruolo dell’attuale Pontefice durante la dittatura, come dimostrato da Nello Scavo ne La lista di Bergoglio (Emi): il provinciale, mettendo a rischio se stesso, diede rifugio a decine e decine di perseguitati, aprendo loro le porte del Colegio Máximo. E, addirittura, accompagnandoli fino al confine. Il tutto in assoluto silenzio. Un riserbo mantenuto anche quando molti lo accusavano. Fedele al principio che, in tempi di tribolazione – come ha illustrato più volte padre Diego Fares su La Civiltà Cattolica - l’atteggiamento radicale da assumere non è la propria difesa ma «l’accusa e l’umiliazione di sé».