Chiesa

Ora et labora. Le monache di San Giulio restaurano «gli abiti» della preghiera

Giorgio Paolucci mercoledì 24 febbraio 2021

Le monache impegnate nel laboratorio di restauro di tessuti antichi

Isola San Giulio (Novara) uno scrigno che ha ospitato tesori d’arte e di fede giusto il tempo per ridare loro almeno un po’ dell’antico splendore, per poi restituirli ai luoghi che li custodiscono. Abita nel silenzio di un monastero dove il tempo è regolato dall’ora et labora benedettino e il Mistero si fa esperienza tangibile, come un respiro che rimanda alla presenza di un Altro. Nell’abbazia “Mater Ecclesiae” sull’isola di San Giulio, scoglio selvaggio e affascinante sul lago d’Orta, provincia di Novara, le mani sapienti di dieci monache sono all’opera ogni giorno nel Laboratorio di restauro di tessili antichi che dal 1984 a oggi ha ospitato più di 1.500 lavorazioni svolte su oggetti di pregio: manufatti ecclesiastici, abiti sacri e profani, bandiere, tende di castelli storici... Il restauro è arte che richiede manualità e insieme competenze per la tintura dei tessuti, conoscenza della chimica, capacità di fare rilievi grafici e mappature, di datare manufatti, di eseguire foto professionali.

Ma all’inizio queste competenze non c’erano: hanno cominciato in sei su invito di madre Anna Maria Canopi – fondatrice e anima del monastero oggi governato da Maria Grazia Girolimetto che le è succeduta – e grazie all’interessamento congiunto della Provincia e della Curia di Novara e dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, che organizzò tra le mu-È ra della clausura un corso intensivo inviando un’équipe di specialisti. Il laboratorio iniziò poi l’attività mantenendosi in contatto con gli operatori dell’Opificio fiorentino ma acquisendo una crescente autonomia e formando nel tempo altre monache, secondo il metodo delle botteghe: lavorando accanto a un esperto, l’allievo impara la teoria e la pratica.

Alcuni interventi hanno lasciato un ricordo intenso, come il restauro delle vesti della Madonna nella cappella numero 12 del Sacro Monte di Varallo. Togliendo la veste della Vergine, le monache ne trovarono altre due più antiche e rimuovendo pure quelle apparve inaspettatamente una statua lignea con la veste scolpita: l’originale, che gli esperti attribuirono al grande Gaudenzio Ferrari. Ma le sorprese non erano finite: sotto il velo di seta azzurra che rivestiva la Madonna vennero trovati i capelli della statua, cuciti su una calotta di lino beige ricamata. Capelli usurati dal tempo ma veri, probabilmente donati alla Vergine da qualche ragazza per sciogliere un voto o per chiedere una grazia. «Proprio in quel periodo – racconta suor Maria Lucia, responsabile del Laboratorio del monastero – una giovane sorella della nostra comunità aveva ricevuto l’abito e il velo bianco delle novizie durante il rito della vestizione che prevede anche il taglio dei capelli da parte della badessa. Erano lunghi capelli color rame, uno spettacolo: cosa c’era di più bello che offrirli alla Madonna di Varallo? E così con la gioia in cuore abbiamo fissato una parte di quella splendida chioma alla calotta di lino restaurata.

Lì accanto si trovava la statua dell’angelo Gabriele, anche lui con i capelli rovinati: con il permesso della Soprintendenza, utilizzando una parte dei capelli “avanzati” della nostra sorella, abbiamo rimesso a nuovo pure lui, cimentandoci per l’occasione anche come parrucchiere e trasformandoli in boccoli biondi». Poco tempo dopo è arrivata la richiesta di restaurare le vesti che ricoprono gli scheletri dei santi Ambrogio, Protaso e Gervaso conservati nella basilica di Sant’Ambrogio a Milano, un’operazione complessa durata tre mesi e carica di emozioni per la sacralità del materiale trattato. Più recente e di grande significato simbolico l’esecuzione di una parte del manto realizzato in occasione della quinta Incoronazione della Madonna di Oropa in programma per il 29 agosto 2021.

Su incarico del santuario di Oropa le suore hanno realizzato un patchwork cucendo i pezzi di stoffa che migliaia di persone avevano inviato al santuario e che “raccontano” storie di devozione legate a un momento particolare della loro vita. «Restaurare è un’avventura meravigliosa che ci fa entrare nel Mistero presente in ogni cosa – racconta suor Maria Lucia –. Si stringe un rapporto di amicizia tra passato e presente, si accoglie nel silenzio ogni realtà e la si guarda con occhi nuovi, occhi che vedono “oltre”. Mentre si lavora si sentono i tessuti che parlano, raccontano la loro storia attraverso frammenti di fili, rammendi, cuciture. Restaurare significa avere cura, dedicarsi a qualcosa che vogliamo conoscere e a cui ridare nuova vita. In fondo, la prima restauratrice è stata Maria che, come si legge nel Vangelo, “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”».to sul lago d’Orta un laboratorio riporta al perduto splendore tessuti antichi L’affascinante storia del restauro delle vesti mariane di una cappella del Sacro Monte di Varallo e il “dono” della novizia Le monache impegnate nel laboratorio di restauro di tessuti antichi