Chiesa

Pastori nelle zone terremotate. Noi vescovi e il dolore della nostra gente

di Enrico Lenzi e Luciano Moia giovedì 25 agosto 2016
«Sgomento. Avevo visto diversi di questi luoghi nei miei primi di episcopato qui. Rivederli ora stringe il cuore». Domenico Pompili, vescovo di Rieti, dall’altro giorno continua a percorrere in lungo e in largo la porzione della sua diocesi devastata dal terremoto. «Incontro le persone che vivono ancora l’incredulità per quanto accaduto – prosegue nel suo racconto il vescovo, che raggiungiamo mentre prosegue questo suo peregrinare –. È come vivere in un mondo sospeso, in cui il presente appare cancellato e il futuro appare cancellato». Un vescovo in questa situazione cosa può dire? O fare? «Deve porsi accanto a queste persone disperate e dare anche sepoltura alle vittime. Penso che non si tratti di dire parole, ma di mettersi al fianco di questi uomini, donne e bambini - quanti bambini -, che stanno vivendo un momento terribile della propria vita. Io stesso in questi giorni nella sola Amatrice ho benedetto un centinaio di salme raccolte in una delle tendopoli, in attesa di identificazione. Un dramma che rischia di essere «cancellato» dalla comprensibile frenesia dei soccorsi e dal bisogno di affrontare necessità contingenti, dopo aver perso non solo i propri cari, ma anche le proprie cose». Lo stesso strenuo impegno che anima dalla notte della tragedia Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno. Nella Messa celebrata ieri all’obitorio, di fronte a decine di vite spezzate dall’insensatezza del terremoto, ha indicato il senso della morte di Cristo in croce. E ha invitato ad andare oltre, a scoprire la luce della Resurrezione dopo il buio del sepolcro. Come uomini di fede cosa ci insegna questo terremoto? «Che siamo veramente come un filo di erba e che non siamo noi padroni della nostra vita, ma che, proprio per questo, la dobbiamo valorizzare nel modo migliore possibile, perché tutto può finire in un istante. I nostri sogni si infrangono e tutto sembra crollare. Ma oltre il dolore c’è un senso che dobbiamo impegnarci a trovare. Sono un vescovo che cerca di stare con la gente, per la gente. E ho capito che tutti noi abbiamo bisogno di un abbraccio che ci sostenga, che esprima un affetto, una condivisione, una partecipazione. Il terremoto ci dimostra che nessuno basta a se stesso, che ciascuno di noi ha bisogno degli altri. Che nessuno può considerarsi autosufficiente, che tutti siamo bisognosi di accoglienza».