Chiesa

Giovanni Paolo II. Nella liturgia abbracciava il mondo guardando al cielo

Mimmo Muolo martedì 19 maggio 2020

È probabilmente solo una coincidenza di date. Ma se fosse invece un segno? Siamo tornati a Messa ieri, dopo quasi due mesi e mezzo, proprio nel giorno del centenario della nascita di san Giovanni Paolo II. Fin qui la coincidenza. Senonché papa Wojtyla è stato anche, nel corso del suo pontificato, un maestro di liturgia. Ed ecco il segno da cogliere per tutti noi, mettendo definitivamente da parte il vivace (a volte anche troppo e con intenti non del tutto limpidi) dibattito sulla questione “Messa sì-Messa no” al tempo del coronavirus. Che cosa ci ha insegnato il Pontefice ora santo dal punto di vista liturgico? Si potrebbe sintetizzarlo parlando di una dimensione orizzontale e di una verticale, entrambe particolarmente evidenti nella sua “ars celebrandi”. Orizzontale è stato senz’altro il suo allargare le braccia fino a raccogliere nella preghiera intorno all’Eucaristia tutti i popoli visitati nei viaggi apostolici, valorizzando sapientemente le specificità, le culture e le espressioni sincere dell’umano che sgorgano da ogni cuore e da ogni terra, per armonizzarle con il Vangelo. Non è stata operazione semplice e talvolta si è attirata anche le critiche di certi puristi, che (come avviene oggi per alcuni aspetti del pontificato di Francesco) scambiano la fedeltà con la fissità, ignorando che anche la liturgia non è mera ripetizione di riti e di formule, ma azione vissuta, partecipata, ispirata dall’Alto e compiuta dall’uomo, in un connubio tanto più fecondo quanto più aperto al soffio creativo dello Spirito.

Con la liturgia (e lo ha confermato recentemente anche il suo più stretto collaboratore in questo campo, l’arcivescovo Piero Marini) Giovanni Paolo II ha compiuto una grande opera di inculturazione della fede e in definitiva una puntuale applicazione del Concilio Vaticano II. Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’altra dimensione, quella verticale. Chi ha avuto il dono di vedere da vicino papa Wojtyla celebrare non potrà mai dimenticare come il suo volto, i suoi atteggiamenti, la postura del corpo sembrassero quasi “trasfigurarsi” durante tutta la Messa e in particolare mentre elevava la particola e il calice al culmine della liturgia eucaristica. Era il segno di una immersione profonda nel mistero celebrato e dell’intensa vita di preghiera che scandiva tutte le sue giornate e ne corroborava ogni iniziativa pastorale.

Davvero, vedendo san Giovanni Paolo II celebrare, si poteva toccare con mano la realizzazione del famoso passo della “Sacrosanctum Concilium” secondo cui la liturgia «è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia». Così, combinando in se stesso queste due dimensioni, il Papa ora santo si è fatto egli stesso “croce” vivente, trasformando le sue braccia aperte agli uomini nel legno orizzontale e la sua immensa statura di uomo di fede in quello verticale, nel totale abbandono alla volontà di Dio.

L’immagine che ritrae Giovanni Paolo II segnato dalla malattia e ormai prossimo alla morte, ma inscindibilmente abbracciato alla croce il Venerdì Santo del 2005, è infatti una delle “icone” della sua vita, insieme con il vento che sfoglia il Vangelo il giorno dei suoi funerali. Mensa dell’Eucaristia e mensa della Parola, appunto. Così come colpisce che l’ultima sua enciclica sia stata la “Ecclesia de Eucharistia”, autentico gioiello da (ri)leggere e (ri)scoprire proprio in questi giorni, mentre riceviamo il dono di porre fine alla dolorosa astinenza dell’ultimo periodo. Nelle sue pagine il Papa parla tra l’altro di uno «stupore eucaristico» da ravvivare sempre, perché «c’è, nell’evento pasquale e nell’Eucaristia che lo attualizza nei secoli, una “capienza” davvero enorme, nella quale l’intera storia è contenuta, come destinataria della grazia della redenzione ». Vi rientra anche il coronavirus, dunque, come testimoniano le “stimmate” di sofferente quotidianità (guanti e mascherine, ad esempio) con le quali ci siamo presentati ieri per la prima volta dopo tanto tempo nelle nostre chiese. San Giovanni Paolo II ci aiuti dunque a ricordare che andare a messa non è tanto e solo un diritto costituzionalmente garantito o una rivendicazione “culturale”, ma significa far entrare nella nostra vita l’incrocio delle due dimensioni – immersione nel mistero di Dio e comunione con i fratelli – da lui vissuto in massimo grado. E quanto davvero cambierebbe il mondo, se ognuno facesse propria questa lezione, trasfor-mando una coincidenza di date nel segno di una Presenza che ci abita e ci trascende.