Chiesa

Il commento. È necessario «educare» i poveri

Piero Gheddo sabato 11 luglio 2009
Condivido i pareri positivi e laudatori espressi da mol­ti sulla Caritas in veritate, un documento che spe­riamo abbia un forte impatto in tutto il mondo, com’è stato per la Populorum progressio, che il presidente dell’In­dia definiva: «La magna charta dei popoli poveri». Vorrei tut­tavia annotare un aspetto su cui probabilmente il testo sor­vola. Visitando i missionari italiani in ogni parte del mon­do, sento spesso ripetere l’antifona: qui manca l’educazio­ne, qui manca la capacità di produrre, Ecco, nell’enciclica manca il tema «educazione dei poveri», che dovrebbe esse­re fondamentale quando si discute su cosa si può fare per aiutare «i paesi in via di sottosviluppo»: secondo una valu­tazione dell’Undp (United Nations Development Pro­gramm) ancor oggi sarebbero 35. Come può svilupparsi l’Africa nera quando circa il 50% dei suoi abitanti sono analfabeti riconosciuti e un altro 20-25% «analfabeti di ritorno»? L’enciclica mette giustamente l’ac­cento sul diritto dei popoli al cibo, ma non dice nulla di quei popoli che producono meno cibo di quel che consumano, mentre potrebbero essere autosufficienti se fossero educa­ti a produrre! L’Africa nera, dal 1960 ad oggi è passata da 200 a 700 milioni di abitanti, ma la produzione agricola non è aumentata di pari passo. In passato l’Africa esportava ali­menti oggi, importa il 30% del cibo che consuma. A Vercel­li produciamo 75-80 quintali di riso all’ettaro, nell’agricol­tura tradizionale africana ne producono 4-5 (è solo un e­sempio tra mille) e non per pigrizia, ma proprio perché non sono educati a produrre di più. Ma chi va ad educarli a pro­durre? Prima di dire che bisogna assicurare ad ogni uomo il diritto al cibo, bisognerebbe dire che ogni uomo va edu­cato a produrre per essere autonomo, lui e la sua famiglia, nelle necessità primarie della vita. Cosa di cui i governi lo­cali dei paesi poveri non si preoccupano e il mondo internazionale meno ancora. Nel G8 di questi giorni si parlerà molto di aiuti, di soldi, di commerci, ma non di educazio­ne. Uno slogan efficace ma falso dei no global dice: «Il 20% de­gli uomini possiede l’80% della ricchezza mondiale, men­tre l’80% degli uomini possiede solo il 20%». La verità è un’al­tra: invece di «possiede» bisogna dire «produce». La solu­zione è quella del famoso proverbio cinese: «Se un uomo ha fame non dargli un pesce, ma insegnagli a pescare»; op­pure: dagli pure un pesce, ma insegnagli anche a pescare. C’è un abisso d’incomprensione fra noi ricchi del mondo e gli autentici poveri dei villaggi africani che ignorano l’uso della ruota e della carriola (le donne portano tutto sulla te­sta), la trazione animale, la rotazione delle colture, l’irriga­zione artificiale, la forza motrice del mulino ad acqua, la pi­scicoltura in laghetti artificiali, l’uso dell’aratro e tante altre piccole grandi «invenzioni» che permetterebbero all’Africa che soffre la fame di essere autonoma. Non si tratta anzi­tutto di «distribuire» il cibo e la ricchezza prodotti, ma di «in­segnare » a produrre. Ma chi va a condividere con i poveri nei villaggi con capanne di paglia e di fango? È più facile mandare soldi e container che trovare giovani disposti a donare la vita o almeno alcuni anni della vita al prossimo più povero. Tutto quel che dice l’enciclica è giusto e vero, ma ci si po­teva attendere uno sviluppo maggiore sul tema dell’«edu­cazione ». Educare vuol dire partire dalla base, dal piccolo popolo povero che soffre la fame (almeno in certi periodi dell’anno). Una delle più importanti Ong cristiane e italia­ne di volontariato internazionale, l’Avsi, da alcuni anni in­siste con campagne d’opinione pubblica sul tema «Educa­zione dell’uomo per lo sviluppo», specialmente degli uomini più poveri e marginali. Che poi è proprio quello che fanno le Chiese locali ed i 7.000 missionari e volontari italiani in Africa.