Chiesa

Ortodossi. Mosca e Costantinopoli divisi su Kiev. E cresce la tensione

Andrea Galli sabato 17 novembre 2018

Il monastero delle Grotte di Kiev

Era il 2016 quando il mondo ortodosso sembrava a un passo dal riunirsi nella forma più solenne da un millennio a questa parte, con un Concilio appunto pan-ortodosso programmato per l’estate di quell’anno a Creta. Solo due anni dopo l’ortodossia si ritrova invece alle prese con la più grave crisi di comunione forse degli ultimi secoli. I fatti sono noti: l’11 ottobre il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo ha annunciato la decisione di conferire l’autocefalia, cioè l’indipendenza, alla Chiesa ucraina. In un Paese in cui esiste una Chiesa ortodossa ucraina, guidata dal metropolita Onufrij (Berezovskij), sotto la giurisdizione del patriarcato di Mosca e due Chiese scismatiche, fino a ieri non riconosciute da nessun’altra Chiesa ortodossa: il cosiddetto patriarcato di Kiev, fondato nel 1995 dall’autoproclamatosi patriarca Filaret (Denisenko), e una Chiesa ortodossa ucraina autocefala, fondata nel 1991 dal vescovo Makarij (Maletic), entrambi i presuli anatemizzati o scomunicati da Mosca. Bartolomeo ha rimesso gli anatemi, “sanando” gli scismi, ha inoltre dichiarato decaduta la decisione del 1686 con cui l’allora patriarca ecumenico Dionisio IV poneva la metropolia di Kiev sotto la giursdizione di Mosca. E ha inviato due esarchi provenienti da Stati Uniti e Canada per avviare il processo che dovrà condurre alla nascita di una Chiesa ortodossa ucraina autocefala. Durissima la reazione di Mosca, che ha denunciato una innumerevole serie di aspetti illegittimi nella decisione di Bartolomeo e ha interrotto la comunione eucaristica con Costantinopoli dichiarando che la “Chiesa madre” dell’ortodossia si ritrova attualmente in una situazione di scisma. Niente meno. Incerto è quello che potrà avvenire in Ucraina: la “scommessa” implicita di Costantinopoli e del presidente ucraino Petro Poroshenko – lui e Bartolomeo hanno stipulato un accordo di collaborazione lo scorso 3 novembre, il cui contenuto è rimasto riservato – è che nel tempo la gran parte del clero e del popolo che oggi si riconosce nella guida di Onufrij aderisca alla nuova Chiesa autocefala. Ma l’attuale Chiesa ortodossa ucraina, nel suo Sinodo celebrato nei giorni scorsi, ha condannato la decisione di Bartolomeo e ha difeso fermamente lo status quo canonico. E per quanto riguarda l’ortodossia nel suo insieme, se c’è chi vede un pesante indebolimento del patriarcato moscovita, che potrebbe arrivare a perdere un 40% delle sue parocchie che si trovano appunto in Ucraina, c’è chi ipotizza un prossimo Sinodo di Chiese vicine a Mosca per “accerchiare” il patriarcato ecumenico. Al Concilio di Creta furono quattro le Chiese che non si presentarono alle assise seguendo la linea russa: Antiochia, Serbia, Georgia e Bulgaria. E a schierarsi apertamente con Mosca nei giorni scorsi è stata la Chiesa ortodossa di Cechia e Slovacchia. Nel frattempo anche teologi e intellettuali dei due campi si confrontano in termini non meno netti e taglienti rispetto alle dichiarazioni degli esponenti della gerarchia. Come Despo Lialiou, teologa e già vice-rettore dell’Università Aristotele di Salonicco, e Arkadi Mahler, filosofo e fondatore e direttore del centro studi Katechon presso l’Accademia Russa delle Scienze.

Il filosofo russo Arkadij Maler


Professor Maler, come è possibile che dopo tanti secoli ci sia ancora una disputa su una questione dirimente: se il patriarcato di Costantinopoli abbia o meno il potere di concedere l'autocefalia oppure no?

Di fatto questa questa disputa nacque solo nel XX secolo, perché nel 1921-1923 il patriarca di Costantinopoli Melezio IV fondò un’ideologia secondo la quale il patriarcato di Costantinopoli è la più importante fra le Chiese ortodosse e il suo potere si estende su tutti i territori dove non ci sono altre Chiese ortodosse, per esempio nell’Europa centrale e occidentale, in America, Australia, la maggior parte dell’Asia e perciò solo esso ha il diritto di stabilire lì Chiese ortodosse. Inoltre, in accordo con questa ideologia, il patriarcato di Costantinopoli può prendere l’autocefalia da altre Chiese e dare l’autocefalia a parti di altre Chiese. Nessuna Chiesa ortodossa concorda con questa ideologia, ma il patriarcato di Costantinopoli non è interessato ad alcuna argomentazione.

Quasi ogni Paese nell'Europa orientale ha una sua Chiesa ortodossa “sovrana”: non è inevitabile che ciò accada anche per l'Ucraina?

Nel cristianesimo ortodosso non c’è tale insegnamento, secondo cui ogni Paese o nazione debba avere la propria Chiesa. La Chiesa ortodossa è divisa non su base nazionale, ma su base territoriale. Se il patriarcato di Costantinopoli nel XV secolo non avesse accettato l’unione con la Chiesa cattolica di Roma, forse la Chiesa russa obbedirebbe ancora a Costantinopoli. Ed è molto importante comprendere che la Chiesa ortodossa ucraina oggi non chiede l’autocefalia, questa è richiesta solo dagli scismatici russofobi, che lo stesso patriarcato di Costantinopoli non ha riconosciuto fino a oggi.

Quanto c’è di ecclesiale e quanto di geopolitico nella decisione del patriarcato di Costantinopoli, secondo lei?

La decisione del patriarca Bartolomeo ha tre ragioni. Primo, è un ordine politico del presidente ucraino Petro Poroshenko, che vuole avere tempo prima delle elezioni presidenziali del 2019 per compiacere i nazionalisti ucraini e creare una Chiesa ucraina nazionale unificata. Secondo, è l’ambizione dello stesso patriarca di Costantinopoli, che ha lungo sognato di poter agire in tal senso per indebolire l’influenza della Chiesa russa. Terzo, è l’influenza politica degli Stati Uniti, che spinge il patriarcato di Costantinopoli a indebolire la Russia. Queste tre ragioni spiegano il conflitto in corso. Se parliamo di profonde motivazioni teologiche, sono molto serie. Il problema è che il patriarcato di Costantinopoli dal tempo del patriarca Melezio IV promuove una teologia liberale e modernista. Ricordi che la riforma del calendario del patriarca Melezio IV fu fatta solo per entrare in unione con la Chiesa angicana. Nell’agosto di quest’anno il patriarcato di Costantinopoli ha introdotto la possibilità di un secondo matrimonio per i sacerdoti, che viola i canoni della Chiesa. Ma la cosa più importante è l’eresia di un “papismo orientale”, che è impossibile nell’ortodossia. Dal momento che il patriarcato di Mosca è un polo conservatore nel mondo ortodosso, il patriarcato di Costantinopoli non ama molto la nostra Chiesa.

Quali sono gli aspetti più inaccettabili per lei e per il patriarcato di Mosca nella decisione di Bartolomeo?

La cosa più sbagliata nelle azioni del patriarca Bartolomeo è l’invio dei suoi esarchi in Ucraina, che è una violazione del territorio canonico della Chiesa russa e ancora peggio la remissione dell’anatema nei confronti dei leader dei due scismi ucraini, il “patriarca” Filaret e il “metropolita” Macario. Questi scismatici non sono stati riconosciuti dall’intero mondo ortodosso e ora, senza pentimento, le loro vengono riconosciute come Chiese canoniche. Questo è assolutamente inaccettabile.

Cosa prevede per il futuro, cosa accadrà in Ucraina e nell’ortodossia?

Se il Fanar non rifiuta di concedere l’autocefalia all’Ucraina, non ritira i suoi esarchi e non cancellerà la sua decisione di rimettere l’anatema agli scismatici ucraini, significa che il patriarcato di Costantinopoli stesso si separa dall’ortodossia e da ora in poi tutte le Chiese ortodosse dovranno decidere cosa fare: conservare la comunione sacramentale con il patriarcato di Costantinopoli oppure no. Certamente questa questione, per ogni Chiesa, non potrà essere decisa immediatamente, ma alla fine la Chiesa russa salverà la fede ortodossa dalle distorsioni liberali e le più corrette Chiese ortodosse saranno e resteranno unite. E il patriarcato di Costantinopoli creerà una Chiesa scismatica che si avvicinerà all’occidente, al cattolicesimo moderno e al protestantesimo. Se il patriarcato di Costantinopoli non si ferma, sarà inevitabile.


La teologa greca (patriarcato di Costantinopoli) Despo Lialiou


Professora Lialiou, perché si assiste a uno scontro sul potere o no di Costantinopoli di concedere l'autocefalia, come nel caso ucraino? Da dove origina?

Per capire che cosa significa autocefalia bisognerebbe capire meglio il suo significato e la relazione che ha con la struttura della Chiesa ortodossa, che è un organismo di 14 Chiese locali. Cinque di loro (patriarcato ecumenico di Costantinopoli, patriarcato di Alessandria, patriarcato di Gerusalemme, patriarcato di Antiochia e la Chiesa di Cipro, come arcidiocesi) sono le Chiese locali, i cui confini sono determinati dai canoni dei concili ecumenici. La Chiesa ortodossa accetta come ecumenici solo i sette concili ecumenici, che sono comuni con la Chiesa cattolica romana. Il patriarca ecumenico, fin dai tempi di san Fozio (patriarca tra l’858-867 e l’877-886) ha una responsabilità amministrativa e spirituale nei confronti dei popoli cristiani al di fuori dei territori degli altri patriarcati, e il potere di convocare sinodi generali, normalmente una prerogativa dell’imperatore. Questo è avvenuto in particolare perché i patriarcati dell’Oriente erano occupati dagli arabi, e quindi un decreto (editto) dell’imperatore non aveva vigore in territorio straniero. A parte il fatto che il patriarca ecumenico era il patriarca della capitale dell’impero bizantino, due canoni di concili ecumenici, il 3° del II concilio ecumenico (381) e il 28° del IV concilio ecumenico assegnano al patriarca ecumenico un ruolo di coordinamento nella Chiesa, soprattutto dopo lo sviluppo parallelo del cristianesimo in Oriente e in Occidente, dai tempi di san Fozio in poi, cosa mai messa in doppio in Oriente. Nel IX secolo ebbe luogo la cristianizzazione degli slavi da parte dei Santi Cirillo e Metodio, e nel 988 avvenne a Kiev la cristianizzazione dei rus' – russi da parte del patriarcato ecumenico, dando inizio alle nuove Chiese ortodosse locali, che naturalmente dipendevano dal punto di vista amministrativo e spirituale dal patriarcato ecumenico, essendo sue metropolie. Dopo la caduta di Costantinopoli e la conquista da parte degli ottomani dei territori degli altri antichi patriarchi d’Oriente, il patriarca ecumenico diventa responsabile per tutti gli ortodossi soggiogati e li rappresenta davanti al sultano. Alcuni patriarchi dei patriarcati orientali vengono eletti dal sinodo del patriarcato ecumenico e restano a Costantinopoli e non alle loro sedi. Nel 1589 il patriarca Geremia II, che si trovava per due anni in visita pastorale in Russia, sotto pressione dello zar Teodoro, conferisce l’onore patriarcale al metropolita Job di Mosca, a condizione che egli riconosca il patriarcato ecumenico come capo dell’ortodossia, così come lo riconoscevano gli antichi patriarcati. Di fatto, dal 1589 inizia la storia delle nuove Chiese ortodosse locali, provenienti dal corpo del patriarcato ecumenico. Il 12 febbraio 1593 il patriarcato di Mosca si classificò al quinto posto nei dittici della Chiesa ortodossa. Geremia era un patriarca colto, e in Occidente è conosciuto per il dialogo che ha realizzato con i teologi luterani di Tubinga. Cento anni più tardi, nel 1686, durante il pontificato del patriarca Dionisio IV, che dal 1671 al 1694 fu eletto cinque volte al patriarcato, in un periodo estremamente difficile, viene assegnata al patriarca di Mosca l’ordinazione del metropolita di Kiev, a condizione che durante la Divina Liturgia fosse commemorato come capo il patriarca ecumenico. Sino ad allora il metropolita di Kiev era stato eletto dal clero e dal popolo della metropolia di Kiev, non dal patriarcato di Mosca. Nel corso dei cento anni seguenti la Russia come Stato e come Chiesa cercò di presentarsi come la rappresentante degli ortodossi, da Mosca fino al Mediterraneo, cosa che riuscì a realizzare dopo la prima grande guerra russo-turca (1768-1774). Durante questo conflitto la Russia raggiunse la Bulgaria, dove nel villaggio Kaynardzha firmò il trattato di Küçük Kaynarca (1774) con 28 articoli più due segreti. Con questo trattato, i russi acquisirono il diritto di costruire la propria chiesa nel quartiere di Galata a Costantinopoli, iniziando così a soppiantare la posizione di primo trono nell’ortodossia del patriarcato ecumenico, allo scopo di prevalere politicamente su tutti i popoli ortodossi. In sostanza, i popoli ortodossi più recenti, derivati dal patriarcato ecumenico, subirono una doppia oppressione, russa e ottomana. A questo periodo risale l’inizio della formazione della loro doppia resistenza. Nel periodo seguente Napoleone Bonaparte sale al potere e prendono piede i vari processi che in Europa condurranno alla formazione degli Stati nazionali più recenti. Nella Chiesa ortodossa avvengono dei processi che dal 1839 – a partire dei Greci, i quali nel 1850 ricevono il tomos patriarcale di autocefalia – porteranno il patriarcato ecumenico a concedere una serie di autocefalie: nel 1879 alla Chiesa Serba, che nel 1920 viene riconosciuta come patriarcato; nel 1885 alla Chiesa di Romania, riconosciuta come patriarcato nel 1925; nel 1945 alla Chiesa di Bulgaria, riconosciuta come patriarcato nel 1961. Nel 1990 viene concesso l’onore patriarcale anche all’antica Chiesa della Georgia, che aveva sofferto molto sotto la Russia zarista, perché per cento anni, dal 1811 al 1917, aveva perso la propria autonomia ecclesiastica. Alla Chiesa di Polonia viene concessa l’autocefalia dal patriarcato ecumenico nel 1924; l’anno 1937 viene concessa alla Chiesa di Albania, e nel 1998 alla Chiesa ceca e slovacca. Dal patriarcato ecumenico dipendono l’arcidiocesi autonoma di Finlandia dal 1923 e la Chiesa Ortodossa di Estonia con atto sinodale del 1996.

Come può il patriarca Bartolomeo invalidare l'atto del 1686 con cui Costantinopoli poneva la metropolia di Kiev sottola giurisdizione di Mosca? Se possono essere revocate decisioni di 300 anni, cosa resta di sicuro per quanto riguarda il passato?

Ho risposto in modo così esteso all'ultima domanda per rendere il discorso più comprensibile a un pubblico che ha una percezione diversa di ciò che è l’unità ecclesiastica, anche se ovunque il cristianesimo ha i suoi problemi interni e le sue divisioni. In primis, deve essere chiaro che il patriarcato ecumenico non ha mai concesso la metropolia di Kiev al patriarcato di Mosca. La rimozione dell’atto di commissionare l’ordinazione del metropolita di Kiev da parte del patriarca di Mosca riguarda solo i cristiani ucraini e il patriarcato ecumenico e nessun’altra Chiesa locale. Per di più, se teniamo conto dei disagi dei popoli ortodossi dal Mediterraneo alla Finlandia, i ricatti politici del trattato di Küçük Kaynarca (1774), la rivoluzione russa del 1917, la seconda guerra mondiale e le sue conseguenze, il tempo si indurisce dinanzi alle ansie di ogni popolo ortodosso, e posso solo considerare come un miracolo il suo mantenimento della fede e la sua perseveranza nel riscoprire le radice della propria ecumenicità. Il patriarcato ecumenico non vive nel passato, ma è la Chiesa che ha conservato una continuità sia con gli antichi patriarcati d’Oriente che con le Chiese ortodosse locali, e tutto questo non solo come struttura ecclesiastica, ma come prassi e tradizione patristica, liturgica, teologica, e sinodale.

Quanto è diverso il caso della Chiesa ortodossa macedone - che vive in una sorta di “isolamento” da 50 anni, da quando i suoi metropoliti decisero di staccarsi da Belgrado - da quello dell'Ucraina: anche per gli ortodossi di Maceodnia c'è da aspettarsi un riconoscimento canonico e magari un'autocefalia?

C’è una differenza, perché nel 1923 il patriarcato ecumenico ha concesso l’arcidiocesi di Ocrida al patriarcato di Belgrado, come nel 1928 le metropolie dei cosiddetti nuovi territori alla Chiesa di Grecia del 1850. Le metropolie di Macedonia di Paolo Apostolo e di san Demetrio, come quelle di Epiro e Tracia, o il Monte Athos, appartengono spiritualmente al patriarcato ecumenico. In Macedonia si è spiritualmente orientati verso il patriarcato ecumenico, ci sono ricordi di famiglia che collegano al patriarcato ecumenico e simili memorie le hanno pure gli ortodossi di lingua slava di Skopje. Chi può privarli del loro ricollegamento con la propria Chiesa madre? Io credo che vi sia un interesse affinché gli ortodossi della FYROM acquisiscano canonicità e prendano il loro posto tra gli ortodossi. Noi ortodossi dei Balcani abbiamo tutti la stessa tradizione ecclesiale, sia quelli di lingua slava che quelli di lingua greca, ed è scandaloso ignorarli con il pretesto che sono scismatici. Credo che il patriarcato ecumenico, dopo la soluzione politica del nome dello Stato, cercherà la soluzione più appropriata.

Quali sono gli aspetti che ritiene più inaccettabili della reazione del patriarcato di Mosca?

Considero inaccettabili le espressioni del metropolita Hilarion contro il patriarca ecumenico. Raggiungono il livello di dispute da strada. Capisco che i cristiani russi abbiano poca esperienza con l’ordine ecclesiastico, nonostante il loro potere secolare, perché hanno trascorso quasi cento anni isolati a causa del loro sistema politico, che nemmeno adesso riescono a lasciare alle spalle. Quando avranno studiato e acquisito un maggiore equilibrio politico, comprenderanno i mali che hanno causato ai loro fratelli di fede. Il popolo russo non deve essere assente dalla famiglia dei popoli ortodossi, né dall’Europa, e le loro azioni unilaterali non sono giustificate, così come non lo sono gli ordini di togliere la comunione persino ai semplici chierici e dei laici. Questo fatto non trova riscontri nella storia della Chiesa ortodossa, nemmeno negli anni di Severo di Antiochia. Mi ricorda il protestantesimo di Calvino a Strasburgo.

Cosa prevede per il futuro, in Ucraina e di riflesso nel mondo ortodosso?

Verrà dato il tomos di autocefalia agli ucraini, che costituiranno la loro Chiesa locale. Spero che tutte le parti mostrino la maturità richiesta per guarire le loro ferite, ma anche per rivendicare le lotte dei loro antenati. Il mondo ortodosso, con la sua struttura gerarchica e i suoi antichi patriarcati, che da secoli vive in un ambiente eterogeneo, porta i segni dei chiodi del martirio e un’eredità di una tradizione ecclesiastica secolare e manterrà i suoi principi, come finora ha fatto seguendo la stessa strada, accondiscendendo ai bisogni degli uomini e alle debolezze dei fratelli.