Chiesa

America Latina in lutto. È morto Ernesto Cardenal, il sacerdote e poeta

Lucia Capuzzi lunedì 2 marzo 2020

"Sacerdote e poeta Ernesto Cardenal, riposa nella pace del Signore". Con queste parole, l’arcidiocesi di Managua ha annunciato la sua morte, domenica sera, a 95 anni per problemi respiratori di cui soffriva da tempo, costringendolo a continui ricoveri in ospedale. L’ultima crisi era arrivata quattro giorni prima.

“Nessuno poteva saziarmi, solo Dio. Cosa che Dio sapeva, però io no”. Con queste parole nel primo volume delle sue memorie – “Vida perdida” – descriveva la vocazione religiosa che l’aveva portato, nel 1957, a entrare nel monastero trappista del Getsemani, in Kentucky, dove conobbe il suo maestro spirituale, Thomas Merton. Un’esperienza fondamentale per la sua biografia umana, spirituale e artistica. Là, Cardenal maturo l’idea una comunità in cui l’arte – l’arte popolare, fatta da pescatori e contadini poveri – divenisse strumento per avvicinarsi al Vangelo. Così, al rientro in Nicaragua dove venne ordinato sacerdote, fondò Solentiname in un isolotto remoto del lago Cacibolca. Là, nel prato di fronte alla chiesa costruita a mano, tutti insieme, sarà sepolto giovedì o venerdì, dopo i funerali di oggi, nella Cattedrale della capitale.

“Sacerdote e poeta” o “sacerdote-poeta”, poiché Cardenal esprimeva nei versi che l’hanno reso uno degli autori più noti e premiati dell’America Latina - ma anche nelle rinomate sculture – la sua tensione costante verso l’Assoluto. Un mistico ma – come l’ha definito l’amica poetessa Gioconda Belli – “con le radici ben piantate nella terra”. La terra del Nicaragua, ferita, in quell’epoca, dalla feroce dittatura dei Somoza e da un’ingiustizia atavica. Questo portò Cardenal a vivere in prima linea una delle stagioni più complesse della storia del piccolo Paese centroamericano, divenuto frontiera cruenta della Guerra fredda. Il sacerdote appoggiò prima l’insurrezione armata del Fronte sandinista e, dopo, entrò da ministro della Cultura nel governo nato dalla Rivoluzione del 1979. Tali scelte gli costarono la sospensione “a divinis” nel 1985. Due anni prima, durante il viaggio in Nicaragua, Giovanni Paolo II gli aveva chiesto pubblicamente di lasciare l’incarico.

Il 17 febbraio 2019, il nunzio Waldemar Stanislaw Sommertag ha comunicato a Cardenal la decisione di papa Francesco di concedergli “con benevolenza l’assoluzione da ogni censura canonica imposta”. Era stato lo stesso poeta, ormai 94enne, ha chiedere la riammissione all’esercizio presbiteriale, due settimane prima, durante un lungo colloquio con il nunzio. L’anziano sacerdote – raccontano gli amici presenti – aveva ricevuto la notizia con profonda gioia. E aveva insistito per celebrare subito la Messa, ancora disteso sul letto dove lo costringeva la malattia.

Nel frattempo, molte cose erano cambiate in Nicaragua e nella vita di Cardenal. Venticinque anni fa, quest’ultimo ha lasciato il Fronte sandinista per contrasti con il leader, Daniel Ortega, di cui denunciava il crescente autoritarismo. Tornato al potere nel 2006, l’ex comandante guerrigliero ha cambiato la Costituzione per consentirsi la rielezione indefinita. E ha cooptato istituzioni e società civile mettendo i propri familiari nei posti chiave dell’amministrazione. A partire dalla moglie e vice, Rosario Murillo, da sempre la più acerrima critica di Cardenal. Nell’aprile 2018, alla fine, la società civile si è ribellata al regime di Ortega, populista nella retorica, neoliberista nella pratica. Una rivolta pacifica, repressa nel sangue dal presidente-autocrate. Eppure, nonostante il bilancio tragico di almeno 325 morti, centinaia e centinaia di detenuti politici, decine di migliaia di esuli, sotto-traccia la protesta va avanti.

E Cardenal, di nuovo, non si era tirato indietro, nonostante l’età e la malattia. Il sacerdote-poeta era tornato a impugnare la sua “arma” principale: la parola. Una parola di denuncia e di profezia. Lo scorso dicembre, quando il Premio internazionale Mario Benedetti l’aveva catapultato sulla ribalta della cultura mondiale, Cardenal ha scelto di dedicarlo al popolo nicaraguense e ad Álvarito Conrado, ucciso da un proiettile il 20 aprile 2018 mentre distribuiva bottiglie d’acqua ai manifestanti anti-Ortega: aveva appena compiuto 15 anni.