Chiesa

Vaticano. Monda: il mio "Osservatore" ha lo sguardo rivolto al futuro

Mimmo Muolo domenica 2 giugno 2019

Andrea Monda, direttore dell'Osservatore Romano

Da più di cinque mesi vive «le conseguenze» di quello che con un sorriso Andrea Monda chiama «un terremoto esistenziale ». «Tu fai il professore di religione e un giorno ti arriva la telefonata del prefetto del Dicastero vaticano della comunicazione, Paolo Ruffini, che ti chiede se vuoi dirigere “L’Osservatore Romano”. Penso che i polsi tremerebbero a chiunque. Ma ho accettato e sia pure con trepidazione mi sono messo a servizio di questa chiamata che mi onora, ma della quale sento tutto il peso e la responsabilità». Il nuovo direttore dello storico quotidiano d’Oltretevere ricorda così i giorni che portarono alla sua nomina, ufficializzata il 18 dicembre scorso. Al secondo piano della palazzina dell’Osservatore, il suo ufficio, non grande, si presenta sobrio ed essenziale come lo stile del pontificato che è stato chiamato a raccontare attraverso le colonne dell’Osservatore. Ma fogli, libri e documenti, sparsi sulla scrivania, segnalano un work in progress che Monda racconta con lo sguardo più che mai rivolto al futuro. «Per captare e mettere in pratica le linee programmatiche del magistero di Francesco», dice.

E il Papa che cosa le ha detto? Le ha indicato una linea particolare?

Francesco non è un Papa che detta linee da seguire. Piuttosto è il Papa della libertà e della responsabilità. Spesso però mi ha incoraggiato. Il suo continuo ripetere «Vai avanti» è un richiamo alla coscienza, a fare discernimento e a muoversi secondo questa coscienza che deve essere illuminata dalla luce del Vangelo. Io guardo attentamente a ciò che fa e cerco di offrire una chiave interpretativa di questo pontificato. Per esempio ho voluto creare una rubrica che si chiama “Ospedale da campo”, dove racconto le storie che provengono dai mondi in cui la Chiesa è buon Samaritano e cura le ferite dell’umanità dolente. Una rubrica che nasce proprio dall’immagine della Chiesa cara al Papa.

Di Francesco si dice che non occupa spazi, ma apre processi. Che processo ha aperto con “L’Osservatore Romano” firmato da Andrea Monda?

Ha scommesso di nuovo su un giornale, in un momento in cui la carta stampata è in sofferenza. E questo è importante per una testata che nasce nel 1861 e ha una storia prestigiosa che necessita di un rilancio. Proprio in questi giorni il Papa ha citato una frase di Gustav Mahler, secondo cui «la tradizione non è la venerazione delle ceneri, ma la salvaguardia del fuoco». Penso che questo sia il senso dell’operazione. È enorme la tradizione dell’Osservatore Romano, ma se ci fermiamo alla contemplazione degli allori, delle medaglie muore, si E allora credo che la mia nomina sia un voler rivitalizzare quella storia, ovviamente sempre nell’ottica di questo pontificato di cui L’Osservatore deve offrire una presentazione chiara, onesta, semplice e accessibile. Senza perdere di vista il necessario aggiornamento tecnologico, oggi indispensabile.

Oltre alla rubrica “Ospedale da campo”, ci sono altre novità che intende introdurre?

L’attenzione ad alcuni contenuti tematici. Per esempio ho messo come parola dell’anno “fratellanza”, spesso usata dal Papa, invitando teologi, sociologi, filosofi, intellettuali ad approfondirla. Perché oggi la grande sfida è questa. O siamo fratelli o viviamo l’uno contro l’altro dominati dalla paura. E proprio la paura è un altro dei temi aperti. Poi ho iniziato l’esame della Laudato si’, testo fondamentale del pontificato, forse archiviato un po’ troppo in fretta. Ho inserito un po’ di teologia nella pagina culturale, che insieme alla pagina internazionale è uno dei due polmoni che danno ossigeno a questo giornale, oltre naturalmente al servizio vaticano, che documenta l’attività del Papa e che è la ratio per cui esiste questo “singolarissimo quotidiano”. A fianco al servizio vaticano sono molto importanti anche lo sguardo sul mondo e l’approfondimento culturale. Con il primo a volte riusciamo a dare notizie che altri non danno parlando di paesi spesso trascurati dai media; con la pagina culturale riprendiamo le notizie con un approfondimento particolare.

L’Osservatore Romano e le donne. Dopo i recenti cambiamenti, quale rapporto?

Parafrasando Manzoni potrei dire: questo matrimonio s’ha da fare. La dimensione dell’universo femminile mi sta molto a cuore, così come del resto in passato è stata a cuore al giornale. Io confermo e rilancio. Vorrei raccontare storie di donne reali, concrete, senza elucubrazioni e ideologie. E non solo le patologie, ma anche la fisiologia del mondo femminile. Cioè quelle donne che conducono bene la propria vita e che spesso non vengono raccontate. Donne nel mondo, donne nella Chiesa. Raccontare anche la possibilità di una alleanza uomo-donna e non solo la contrapposizione. Questo è il mio desiderio, che ho condiviso con il Comitato di direzione dell’inserto “Donne, Chiesa, mondo”, che però lascio libero di realizzare il mensile al quale tengo molto sotto il coordinamento attento e aperto di una seria giornalista professionista come Rita Pinci che generosamente si è gettata in questa nuova avventura.

Eravamo abituati all’Osservatore Romano “nave ammiraglia” del sistema informativo della Santa Sede. Come cambia, se cambia, il suo ruolo alla luce delle riforme di papa Francesco?

Non si perde l’importanza di una storia, ma si fa sinodalità, si cammina tutti insieme. Anche perché i tempi sono cambiati. Nel 1861 quando è nato, l’Osservatore era l’unico medium, poi sono arrivati man mano tutti gli altri e abbiamo fatto una bella “flotta”. Che viene condotta oggi con lo spirito della sinodalità, dell’alleanza e con un coordinamento operativo. Soinaridisce. no profondamente convinto della bontà della riforma voluta dal Papa nella comunicazione e molto contento della nuova squadra che stiamo costruendo. Leggo la mia nomina all’interno della riforma della comunicazione, ed è significativo che lo stesso giorno in cui sono stato nominato, il 18 dicembre, è stato nominato insieme a me Andrea Tornielli come direttore editoriale del Dicastero dell’informazione che ha come prefetto Paolo Ruffini, un laico, anche lui nominato da pochi mesi. Il senso di questa riforma è quello di organismo vivente, in cui tutte le membra svolgono un ruolo e una funzione peculiare ma muovendosi tutti insieme danno vita ed energia a tutto il corpo. C’è L’Osservatore Romano che lavora insieme, coordinandosi, a Radio vaticana e a Vatican News, poi c’è la Lev e poi anche i social oggi così importanti. Sinergia vuol dire rispettare, anzi valorizzare le singole peculiarità ma muoversi con un orizzonte comune, a servizio di una missione condivisa. Mi sembra che negli ultimi tempi si stia costruendo una buona compagine che può portare a compimento la riforma per realizzare una comunicazione adeguata all’importanza della Santa Sede e all’altezza delle sfide dei tempi.

Qualche giorno fa, proprio parlando ai media vaticani, il capo dello Stato Sergio Mattarella ha definito ottimi i rapporti tra l’Italia e la Santa Sede, riconoscendo il grande ruolo della Chiesa nel nostro Paese. Da Oltretevere come si vedono questi rapporti?

Noi innanzitutto siamo stati felici che il presidente Mattarella abbia voluto concederci questa intervista. È sempre più evidente la sua sintonia con il magistero di papa Francesco. Il nostro giudizio sui rapporti tra Italia e Santa Sede coincide dunque con il suo. Oggi vedo in Italia una situazione che ha bisogno di quel grande contributo che il mondo cattolico può dare in termini di senso, di orientamento, vedo che i rapporti sono buoni e auspico una maggiore integrazione. E in questo L’Osservatore Romano può giocare un ruolo, come strumento che racconta storie. Per esempio ho riattivato la pagina delle “Cronache romane”. Raccontare storie vuol dire vicinanza, prossimità, camminare insieme agli uomini come fa Gesù con i discepoli di Emmaus. Egli entra nelle loro conversazioni e pur essendo percepito dai due come un forestiero, dà un senso ai fatti del giorno che essi commentano senza comprenderli. L’Osservatore Romano è “forestiero”, è di un altro Stato, ed è “anfibio”, si muove anche in un’altra dimensione, quella spirituale, ma può gettare una luce di discernimento a chi cammina nella storia talvolta un po’ smarrito.