Chiesa

Giovanni Paolo I. La nipote Pia Luciani: «Mio zio Papa, sobrio e deciso»

Francesco Dal Mas, Caviola (Belluno) giovedì 14 ottobre 2021

Il rapporto con la famiglia, gli aneddoti, le passioni Il volto privato del futuro beato raccontato dagli eredi che vivono nel Bellunese. «Meticoloso e fermo di carattere, ci invitava a dare il buon esempio»

Come lo pregherà da oggi in avanti? «Come sempre. Caro zio, pensaci tu. Se non guardi giù tu, io non so che cosa fare». Pia Luciani, la nipote di don Albino, papa Giovanni Paolo I, non è affatto sorpresa dell’annuncio della beatificazione. «Da quando è morto, tutti in famiglia si rivolgono a lui per la “protezione”, immaginandolo già tra i santi. Indipendentemente dal riconoscimento». Pia abita a Caviola, frazione del Comune di Falcade nella valle del Biois, a cinque minuti d’auto da Canale d’Agordo, il paese natale del Pontefice. Ha quattro figli e da uno di loro ieri si è fatta accompagnare in chiesa, per una preghiera davanti all’immagine dello zio.


«Non amava vestire di rosso quando era patriarca di Venezia. Ma una suora lo convinse a indossare la veste dicendogli che i ragazzi sarebbero stati contenti di accoglierlo così»

Quando ha incontrato papa Luciani per l’ultima volta?

Pochi giorni prima che ci lasciasse. Mi trovavo a Roma per un corso alla Lumsa. Gli telefonai per salutarlo. Mi invitò a pranzo. C’era anche il segretario. Lo zio gli chiese se avesse svolto il compito che gli era stato affidato, non so quale fosse. «Mi hanno detto che non si può fare », era stata la risposta. «Tu che sei persona cortese – gli replicò lo zio – torna da loro e gli dici che è il Papa che lo vuole». Questo per dire che don Albino era fermo di carattere.

Lei ha avuto una frequentazione assidua con lo zio. Perché? Ero la nipote più anziana. Mi diceva sempre: «Mi raccomando, devi dare il buon esempio». Mi piaceva andare a trovarlo perché la conversazione con lui era sempre gradevole, sia da prete, sia da vescovo e da patriarca, poi da Papa.

Di che cosa parlavate? Ero giovane e avevo le mie confidenze da fargli. Parlavamo dei problemi della famiglia e, qualche volta, anche delle sue preoccupazioni. Mi consigliava libri. E pure film da vedere.

Perché? Andava al cinema? So che qualche volta lo faceva, insieme al segretario. Era un appassionato di cinema. A Belluno aveva avviato il cineforum, con proiezioni e discussioni. Gli piaceva anche il teatro. Da patriarca mi invitò alla commedia Arlecchino servitore di due padroni in piazza San Marco a Venezia. Ci divertimmo un mondo.

È vero ciò che si dice, e cioè che si è lasciato “convertire” dal Concilio?

Quando tornava a casa, me ne parlava in termini entusiastici. Pensi che mi passò tre o quattro biglietti d’ingresso per partecipare a una delle sessioni dove erano ammessi i laici. Il Concilio gli piaceva anche perché aveva modo di incontrare vescovi di tutto il mondo. Ricordo che ci portò a casa, a Canale, un vescovo messicano, scampato miracolosamente a un attacco omicida. Preparai io il pranzo. Un’altra volta ospitammo lo zio con un vescovo africano. Un cugino presente invitò scherzosamente mio fratello, allora piccolo, a levargli di osso la fuliggine. Il fratello ci provò e tutti noi ridemmo di gusto.

«Mi piaceva andarlo a trovare. Parlavamo dei problemi dei parenti e, qualche volta, anche delle sue preoccupazioni. Mi consigliava libri. E pure i film da vedere»

Tornava spesso a Canale? Sì, per le vacanze. Si concedeva qualche passeggiata ma anche da prete, oltre che da seminarista, si prestava a falciare. Mio padre Berto si vantava perché lo riteneva il miglior falciatore della valle. Metodico di carattere com’era, con la falce non perdeva un colpo.

Con i soldi aveva un rapporto forse fin troppo sobrio. Ricordo una visita in patriarcato a Venezia. Suor Celestina mi prese da parte e mi disse: «Prova a convincere tuo zio a darci i soldi per comprare un paio di calzini nuovi». Li aveva bucati. Provai, niente da fare. «Suor Celestina, lei che è così brava con l’ago e il filo me li rammendi, per favore», diceva. Ma era la terza volta che la suora lo faceva. I soldi, insisteva mio zio, diamoli ai poveretti.

Non gli piaceva vestire di rosso quando era patriarca a Venezia, se non ricordiamo male.

Assolutamente no. In un altro episodio a cui ho assistito a Venezia, ricordo la suora che insisteva perché indossasse la veste rossa per una cerimonia. Lo zio, niente da fare. La suora lo convinse dicendogli che i vecchi e i bambini sarebbero stati contenti di essere accolti e salutati dal patriarca vestito di rosso. A quel punto cedette.