Chiesa

Milano. Delpini: «Benvenuto futuro!». Nel Discorso alla città un messaggio di speranza

Lorenzo Rosoli venerdì 6 dicembre 2019

(Foto d'archivio)

«Benvenuti, bambini! Benvenuti, ragazzi e ragazze! Benvenuta, famiglia! Benvenuto, lavoro! Benvenuta, società plurale! Benvenuta, cura per la casa comune!». In una parola, che si vuole proporre «come un augurio, come un esclamativo, come una sfida: benvenuto futuro!». Ecco la parola di speranza – condivisa nella convinzione «che sia la speranza il principio del futuro» – che l’arcivescovo Mario Delpini offre ai cristiani e a «tutti gli uomini di buona volontà» con il «Discorso alla città e alla diocesi» pronunciato, come tradizione, nella Basilica di Sant’Ambrogio presiedendo i primi vespri alla vigilia della festività del santo vescovo e patrono di Milano.
«Benvenuto, futuro!»: così, semplicemente, s’intitola l’intervento del presule tenuto alla presenza del suo predecessore, il cardinale Angelo Scola, e delle autorità, dei rappresentanti istituzionali e dei sindaci dei Comuni in cui si articola il territorio diocesano. Prima dei vespri, sempre in Sant’Ambrogio, si è rinnovato un gesto importante: l’incontro di Delpini con i rappresentanti delle comunità cattoliche di lingua straniera, accompagnati dai rispettivi cappellani. A rendere l’incontro ancora più significativo, è stata la consegna – all’arcivescovo come ai cappellani – di due docufilm dedicati alle figure di Ambrogio e del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster. I cortometraggi, i primi realizzati dall’associazione «Cinema cristiano» – all’interno di un più ampio progetto accompagnato dalla diocesi – hanno come obiettivo di far conoscere, con un linguaggio semplice e un mezzo facilmente utilizzabile anche dai giovani, la storia della Chiesa di Milano, secondo la logica e lo stile del Sinodo minore «Chiesa dalle genti».

Controcorrente. Fra Milano, l'Europa e il mondo

«Benvenuto, futuro!», dunque. Un messaggio controcorrente rispetto al clima di rassegnazione, rabbia, rancore, oggi tanto diffusi. E controcorrente anche rispetto alle derive degli egoisimi individuali, di gruppo e nazionali oggi emergenti, come dimostrano i reiterati appelli a fare alleanza per il bene comune lanciati dall’arcivescovo e rivolti a tutte le componenti sociali – istituzioni, politica, famiglie, imprese, lavoratori, sindacati, scuola, uomini della cultura e della scienza – chiamate alla corresponsabilità. E con uno sguardo che da Milano si allarga all’Europa, chiamata a promuovere «i valori che stanno al fondamento della nostra identità e dell’umanesimo», per costruire unità ed esprimere «una voce concorde e una politia incisiva a favore della pace e il progresso dei popoli».

Lo sguardo cristiano sul futuro? «Non è una forma di ingenuità»

Apre il «Discorso alla città» del 2019 un passo del «De Paenitentia» del patrono Ambrogio dedicato alla mitezza, «la più bella di tutte le virtù», che in Gesù buon pastore si manifesta in tutta la sua verità e fecondità, per la vita personale e sociale. Ed è anche questa una parola controcorrente. «Il perdono dei peccati», del quale si parla nel trattato di Ambrogio, «è come un inno alla promettente misericordia di Dio: la Chiesa ne è la voce. Perciò benvenuto, futuro! Perché sempre a ogni uomo e donna sono date la possibilità e la responsabilità di ricominciare».
Ebbene: «Lo sguardo cristiano sul futuro non è una forma di ingenuità per essere incoraggianti per partito preso: piuttosto è l’interpretazione più profonda e realistica di quell’inguaribile desiderio di vivere che, incontrando la promessa di Gesù, diventa speranza – chiarisce Delpini –. Non un’aspettativa di un progresso indefinito, come l’umanità si è illusa in tempi passati; non una scoraggiata rassegnazione all’inevitabile declino, secondo la sensibilità contemporanea; non la pretesa orgogliosa di dominare e controllare ogni cosa, in una strategia di conquista che umilia i popoli. Piuttosto la speranza: quel credere alla promessa che impegna a trafficare i talenti e a esercitare le proprie responsabilità per portare a compimento la propria vocazione».

Il 50° della strage di piazza Fontana: grazie a chi non si arrese ai diktat della paura e della lotta

Messo a fuoco l’autentico respiro della speranza cristiana, ecco il presule rilanciare e articolare il suo «benvenuto, futuro!» con un approccio che esclude ogni ingenuità e intreccia estremo realismo e apertura profetica, senza eludere – anzi, integrando nella propria riflessione – anche una memoria incandescente per Milano e per l’Italia intera come il 50° anniversario della strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969). Se oggi è possibile «commemorare con la giusta commozione e il cordoglio» quella strage, «è perché ci furono persone che, anche in un momento così difficile, non si arresero ai diktat della paura e della lotta, alla logica del terrorismo. Impegnarono le loro energie migliori per costruire un futuro promettente per loro e per tutti».

«Dove la comunità è invisibile, la società si fa invivibile»

In quale futuro confidare? In un futuro che «abbia i tratti che gli attribuiscono i popoli nel libero esercizio della loro responsabilità, perché il destino si faccia destinazione», suggerisce Delpini. Un futuro illuminato dalla «speranza per una vita che non finisce nel nulla e per una sollecitudine che non lasci nessuno da solo, neppure di fronte alla morte». Un futuro che invoca «dialoghi che condividono la ricerca del bene comune» piuttosto che conflitti per il proprio tornaconto; l’assunzione di responsabilità e la disponibilità a «mettere mano all’impresa di aggiustare il mondo» piuttosto che limitarsi alla lamentela, alla denuncia, alla denigrazione. «Dove la comunità è invisibile, la società si fa invivibile e lo diventa laddove si privilegia la cura dei luoghi piuttosto che i luoghi della cura», avverte l’arcivescovo.

Bambini, ragazzi, famiglie: un «benvenuto» che impegna

A questo punto il «Discorso alla città» declina questo «benvenuto» su diversi versanti. «Benvenuti bambini!», proclama innanzitutto Delpini, richiamando la sfida della crisi demografica, la necessità di affrontarne le radici culturali e di promuovere politiche adeguate. Con l’incoraggiamento e la benedizione per le mamme e i papà, per le coppie affidatarie e adottive, per quanti (come i nonni) si prendono cura dei bambini, e senza dimenticare di esprimere vicinanza a quanti, «per problemi insuperabili» non sono riusciti ad avere figli, pur desiderandolo, ecco il forte appello ad affrontare il «dramma dell’aborto». La società deve fare di tutto per non lasciare sole le donne in difficoltà. Un impegno che vale anche e anzitutto per la comunità cristiana.
Ecco, quindi, il «benvenuti, ragazzi e ragazze!» (un passo del «Discorso» che Avvenire ha anticipato sull’edizione di venerdì 6 dicembre 2019) col suo appello ad un’alleanza fra tutte le istituzioni e i soggetti con responsabilità educative – e ad un’alleanza tra le generazioni – per affrontare i «molti problemi drammatici» che minacciano l’adolescenza e la giovinezza. «Siamo tutti chiamati a essere protagonisti nell’impresa di edificare una comunità che sappia anticipare e suggerire il senso promettente e sorprendente della vita e proporre una narrativa generazionale che custodisca i verbi del desiderare, del mettere al mondo, del prendersi cura e del lasciar partire». In questo la comunità cristiana è da sempre impegnata. E continuerà ad esserlo.
È la famiglia, la «cellula di cui la società non può fare a meno». Dunque: «benvenuta, famiglia!». E benvenute tutte le iniziative «nell’ambito della politica familiare e dell’accompagnamento delle fragilità» – dagli strumenti di politica fiscale alla «questione della casa, delle case popolari in particolare» – che l’Italia può attuare, anche guardando ad altri Paesi europei. «Chi ha a cuore il bene comune non può sottrarsi alla responsabilità di prendersi cura della famiglia», esorta l'arcivescovo, richiamando l'attenzione «su due soggetti, che mi stanno particolarmente a cuore»: gli anziani, «per tutti noi, memoria di futuro», e le «persone vulnerabili e vulnerate, nel corpo e nello spirito».

Fra lavoro, società plurale, cura della casa comune

Perché si possa dire, come fa l’arcivescovo, «benvenuto, lavoro!», serve un pensiero capace di andare alle «radici dei problemi occupazionali» – dalla disoccupazione al precariato. E serve «creare alleanze per farvi fronte», scrive Delpini, prima di «tessere l’elogio» dei «tanti imprenditori» e dei «tanti dipendenti», milanesi e lombardi, che hanno dato il meglio di sé alimentando il bene di tutti. Con il Fondo famiglia lavoro, oggi Fondo «Diamo lavoro», anche la diocesi non sta mancando di fare la sua parte.
In una Milano che da sempre è – e continua ad essere – luogo d’incontro tra persone e popoli diversi per provenienza, lingua, cultura, religione, ecco risuonare il «benvenuta, società plurale!» dell’arcivescovo. E un appello: «Il nostro Paese deve aver cura di riconoscere il diritto alla pratica religiosa, e deve farsi proposta, richiesta, grido perché in nessun Paese della terra ci siano persecuzioni, costrizioni, discriminazioni per motivi religiosi come per nessun altro motivo». Evitando ogni semplificazione – come il ridurre la complessità della questione migratoria alla sola «situazione drammatica dei rifugiati», annota Delpini – ecco l’invito ad andare oltre le logiche dell’emergenza, dell’assistenzialismo e dell’omologazione per costruire insieme, invece, una vera «convivialità delle differenze», una società plurale nella quale «i tratti identitari delle culture contribuiscano a un umanesimo inedito e promettente, capace di diventare un cantico». La Chiesa ambrosiana non è rimasta a guardare, come dimostra il Sinodo minore «Chiesa dalle genti».
«Benvenuta, cura della casa comune!», scandisce infine l’arcivescovo. Chiamando ad evitare la retorica e l’ideologia. E ad assumere la sfida e la responsabilità di una «ecologia integrale» capace di ascoltare, insieme, «il grido dei poveri e della terra», come chiede la «Laudato si’» di papa Francesco. Una sfida da portare negli stili di vita come nelle «riforme strutturali», nel governo come nella quotidianità della metropoli e dei suoi territori. In questo scenario, «non si può tacere un appello alle persone che coltivano la ricerca scientifica e ai protagonisti dello sviluppo tecnologico», a maggior ragione in una Milano che è «città dell’innovazione e della ricerca», «polo tecnologico di rilevanza mondiale». Dove, se non qui, può nascere «una sapienza che orienti la scienza» e «un umanesimo che ispiri e pratichi la solidarietà intelligente nella gestione delle risorse».

«La speranza è il principio del futuro»

«Io non sono ottimista, io sono fiducioso», conclude l’arcivescovo. «Non mi esercito per una retorica di auspici velleitari e ingenui. Intendo dar voce piuttosto a una visione dell’uomo e della storia che si è configurata nell’umanesimo cristiano. Credo nella libertà della persona e quindi alla sua responsabilità nei confronti di Dio, degli altri, del pianeta. E credo nella imprescindibile dimensione sociale della vita umana, perciò credo in una vocazione alla fraternità».
«Non coltivo aspettative fondate su calcoli e proiezioni – chiarisce Delpini –. Sono invece uomo di speranza, perché mi affido alla promessa di Dio e ho buone ragioni per aver stima degli uomini e delle donne che abitano questa terra. Non ho ricette o progetti da proporre, come avessi chissà quali soluzioni – prosegue il presule –. Sono invece un servitore del cammino di un popolo che è disposto a pensare insieme, a lavorare insieme, a sperare insieme. Non è il futuro il principio della speranza; credo piuttosto che sia la speranza il principio del futuro. Il suo nome è per noi la profezia di una speranza possibile, come recita un vecchio aforisma: Non si può dire della speranza che essa ci sia o non ci sia. Essa è come la terra alle origini, che non aveva strade; è solo quando gli uomini camminano insieme, verso una stessa direzione, che nasce una strada».