Chiesa

Messaggio. Il Papa ai vescovi del Kenya: portate la pace

giovedì 16 aprile 2015
Parla un linguaggio universale, il Papa, ma quando ai vescovi del Kenya chiede di denunciare “ogni forma di violenza, in particolare quella commessa in nome di Dio” ed essere esempi di riconciliazione, giustizia e pace per tutto il Kenya", difficile non pensare a un riferimento alla strage di Garissa, che il Venerdì Santo, 4 aprile, costò la vita a 148 studenti cristiani in un campus universitario assaltato dai miliziani integralisti.Il Papa ha consegnato il discorso ai vescovi del Paese africano, in visita ad Limina. Lavorare “con i leader cristiani e non cristiani” per promuovere pace e giustizia in Kenya “attraverso il dialogo, la fraternità e l’amicizia”, in modo da offrire una “denuncia” unanime e coraggiosa “di ogni forma di violenza, in particolare quella commessa in nome di Dio”. Questo il mandato affidato ai vescovi del Kenya affinché la Chiesa locale rimanga “fedele alla propria missione” di essere strumento di riconciliazione, giustizia e pace. Il Pontefice pensa ad un Paese sconvolto anche recentemente dalla violenza, con gli attacchi degli estremisti islamici di al Shabaab, e prega “per tutti coloro che sono stati uccisi da atti di terrore o di ostilità etniche o tribali” in Kenya e in altre aree del continente africano. La sua preghiera è in particolare per tutti gli uomini e le donne “uccisi al College universitario di Garissa, nel Venerdì Santo”: “possano le loro anime riposare in pace”, prosegue il Papa; i loro cari possano essere così “consolati”; e possano coloro che hanno commesso “tale brutalità” prenderne coscienza e “cercare misericordia”. Quindi, senza voler “interferire negli affari temporali”, l’auspicio del Papa è che la Chiesa in Kenya insista, soprattutto con coloro che “sono in posizioni di leadership o di potere” sui principi morali che promuovono “il bene comune e l’edificazione della società”. D’altra parte essa offre una “bella testimonianza” della “vita promessa da Cristo nel Vangelo”: la suo missione è dunque quella di “prendere una posizione profetica in difesa dei poveri e contro ogni corruzione e abuso di potere”, prima di tutto attraverso “l’esempio”. Ai vescovi ricorda di non aver paura “di essere una voce profetica”, “di predicare con convinzione” diffondendo “la saggezza della Chiesa”. Li invita inoltre ad avere “cura paterna” per aiutare i giovani che rispondono alla chiamata del sacerdozio e che “vogliono dare tutto a Cristo attraverso il servizio alla Chiesa”: “i numerosi seminaristi” del Paese, prosegue, sono una “grande risorsa” e un “segno eloquente della bontà di Dio” per le diocesi del Kenya e per la Chiesa universale. Per “alimentare la crescita di tali vocazioni” - i cui germogli sono soprattutto “nel cuore della famiglia”, prim’ancora dei seminari - “è indispensabile” che la buona volontà dei giovani s’incontri con una formazione profonda, ricca e diversificata. I sacerdoti, poi, hanno bisogno di essere guidati “con chiarezza e forza, ma anche e specialmente con compassione e tenerezza”, sull’esempio di Gesù con gli Apostoli, affinché siano sempre “fedeli alle promesse fatte”. Il cuore del Papa è pure “vicino” ai religiosi e alle religiose del Kenya, soprattutto in questo Anno della Vita Consacrata. Apprezzamento per quanti impegnati negli istituti gestiti dalla Chiesa in tutto il Paese, portando “beneficio spirituale e materiale” a tante persone nel campo dell’educazione, della sanità, dell’assistenza sociale, dando “un contributo vitale per il benessere dell’intera Nazione”. L’incoraggiamento di Francesco è anche per la “sollecitudine pastorale a favore della famiglia”, soprattutto in vista del prossimo Sinodo Ordinario ad essa dedicato e in particolare per quei nuclei “che stanno lottando” a causa di matrimoni falliti, infedeltà, violenze. La preghiera del Pontefice è anche per i giovani, affinché siano “capaci di assumere impegni” duraturi e permanenti nel matrimonio, come nel sacerdozio o nella vita religiosa. Infine uno sguardo al Giubileo della Misericordia, perché sia un “momento di grande perdono, guarigione, conversione e grazia” per tutta la Chiesa in Kenya e per tutti i fedeli in modo da essere quei “segni di riconciliazione, giustizia e pace” che Dio vuole per il Paese e per “tutta l’Africa”. Tutti kenyani gli assalitori di GarissaSul fronte delle indagini, si è saputo che erano cittadini kenyani tutti e quattro i membri del commando di al-Shebaab al-Mujaheddin, organizzazione terroristica somala responsabile del sanguinoso assalto del 2 aprile al campus universitario di Garissa, costato almeno 148 morti tra cui 142 studenti di fede non islamica: lo scrive oggi il quotidiano Daily Nation, citando fonti riservate di intelligence. Già si sapeva che era di etnia somala ma che aveva la nazionalità locale uno dei componenti del quartetto, identificato come Abdirahim Abdullahi, figlio addirittura di un funzionario del governo di Nairobi. Secondo il giornale, il più importante del Kenya, lo stesso vale anche per i suoi complici, che sarebbero stati originari di Mombasa, porto principale e seconda città del Paese, ovvero della contea di Bungoma, all'estremo ovest. L'identificazione sarà comunque ufficializzata, stando allefonti, "una volta che saranno state confrontate le impronte digitali".Nel frattempo lungo la frontiera con la Somalia è iniziata l'annunciata costruzione di una gigantesca barriera di sicurezza, un gigantesco quanto contestato 'muro' che dovrebbe impedire ulteriori infiltrazioni dei qaedisti di Shebaab. Sulle sue caratteristiche ben poco so sa, se non che dovrebbe essere lunga circa 700 chilometri e dotata di "vari ostacoli" tra cui una profonda trincea bordeggiata da una pista dipattugliamento, secondo quanto reso noto da Gordon Kihalangwa,direttore del Servizio Immigrazione.