Chiesa

Vita. Matteo Ricci, il gesuita che incontrò la Cina aprendo la strada al cristianesimo

Agostino Giovagnoli sabato 17 dicembre 2022

Matteo Ricci

Matteo Ricci è stato proclamato venerabile. Alla fine di un percorso molto lungo: il missionario gesuita è morto a Pechino nel 1610, più di quattro secoli fa. Non è casuale: subito dopo la sua morte, infatti, è stato coinvolto nella lunghissima controversia dei riti che contestò la sua interpretazione dei riti confuciani per gli antenati come cerimonie civili e non religiose. Tali riti erano espressione di una concezione della famiglia e di un’idea dell’ordine sociale che non erano né anticristiani né antiumani e Ricci li ritenne leciti sulla linea poi raccomandata da Propaganda Fide dal 1622 di accettare la cultura di qualsiasi popolo in tutto ciò che non è contrario all’insegnamento cristiano.

Ma ci sono voluti più di tre secoli perché gli venisse riconosciuto che aveva ragione. Solo nel 1939 Pio XII dichiarò che i cattolici potevano partecipare a tali riti, quando però ormai in tutto l’Estremo Oriente la modernità li aveva svuotati di importanza e la questione aveva perso di rilievo ai fini dell’evangelizzazione. Anche dopo il 1939, inoltre, si è continuato a parlare di Ricci soprattutto come letterato e scienziato che ha portato in Cina la cultura europea.

A riscoprirlo come un uomo di Chiesa e grande evangelizzatore hanno contribuito i missionari – ricordo in particolare padre Angelo Lazzarotto - che hanno ricominciato a visitare la Cina negli anni Ottanta del secolo scorso, dopo l’avvio da parte di Deng Xiaoping della stagione di “riforme e apertura”. Si è così aperta la strada a un secondo processo nella diocesi originaria di Ricci, Macerata, cui ha dato un contributo importante padre Gianni Criveller, e all’istruttoria finale a Roma, di cui si è fatto carico soprattutto padre Federico Lombardi.

Oggi Matteo Ricci – in cinese Li Madou – è tra i pochi stranieri pubblicamente ricordati e onorati in Cina: la sua tomba a Pechino – curiosamente situata nel comprensorio della Scuola di marxismo-leninismo – è sopravvissuta a molte ondate di distruzione rivoluzionaria. Non è un caso, inoltre, che a riconoscerne le virtù eroiche sia ora papa Francesco, convinto sostenitore del dialogo con la Cina malgrado difficoltà e problemi.

L’opera di Ricci – come ha sottolineato in particolare Benedetto XVI – non può essere separata da quella dei suoi compagni cinesi, i “mandarini” – intellettuali e funzionari di alto rango della Cina dell’epoca – che si convertirono e divennero stretti collaboratori dei missionari. Resero così possibile un pieno inserimento del messaggio evangelico in questa civiltà millenaria, opera che da soli i missionari non avrebbero potuto realizzare.

Basti pensare che ancora oggi si usa la traduzione in cinese di parole chiave come Dio, Chiesa, cattolicesimo elaborata grazie a quella eccezionale collaborazione.

Tra i compagni di Ricci si ricordano in particolare i tre “pilastri” della Chiesa cattolica in Cina: Li Zhizao, Yang Tingyun e Xu Guangqi (dei cui scritti religiosi Elisa Giunipero ha recentemente curato la traduzione in italiano). Insieme ai gesuiti hanno praticato la strada del dialogo interculturale, allora un’esperienza rara e oggi una necessità diffusa per cristiani “in uscita” che non vogliano restare chiusi dentro i confini dell’Europa o dell’Occidente.

È perciò importante che Matteo Ricci non resti solo nel cammino verso il riconoscimento della sua santità. Sarebbe in particolare auspicabile che compisse tale cammino insieme a Paolo Xu Guangqi, fondatore della Chiesa locale di Shanghai e figura importante anche per la storia civile della Cina moderna: si sottolineerebbe così che all’origine della Chiesa in Cina non ci sono stati solo europei ma anche cinesi, uniti da quell’amicizia di cui ha scritto in modo tanto significativo proprio Matteo Ricci.