Chiesa

Rosario per l'Italia. Lorefice: dalla preghiera la forza per ripartire insieme

Alessandra Turrisi, Palermo mercoledì 27 maggio 2020

L'arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice

«L’Immacolata è il volto della Chiesa che è madre». Nella scelta di monsignor Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, di trasmettere dalla Basilica di San Francesco d’Assisi, questa sera, la recita del Rosario su iniziativa dei media della Cei, ricorda l’intenso legame del capoluogo siciliano con Maria. Oltre due secoli prima che papa Pio IX, nel 1854, proclamasse il dogma dell’Immacolata Concezione, Palermo aveva già fatto voto di difendere il privilegio mariano “fino allo spargimento del sangue”, in occasione della peste del 1624. Una tradizione che si fa storia della città.

Durante il lockdown, lei ha recitato la supplica nella cappella delle reliquie di Santa Rosalia in Cattedrale e il Rosario al Santuario della Madonna della Milicia. Quanto è stata importante la preghiera nel difficile periodo della prova, ma anche in questa fase di ripartenza?
Abbiamo riscoperto in questa pandemia che noi abbiamo una dimensione spirituale da coltivare, che ci permette di poter avere un dialogo profondo, che ci fa abbracciare l’intera vita, anche quando questa vita presenta la su a durezza. E poi, pur in quarantena, abbiamo riscoperto la dimensione comunitaria, anche grazie ai mezzi di comunicazione. Eravamo chiusi in casa ma abbiamo riscoperto la bellezza dell’Eucaristia, dell’ascolto della Parola di Dio, la dimensione dell’altro e dell’Altro con la A maiuscola. Nella preghiera che ho scritto nel tempo della prova ho chiesto: «Dacci la forza, l’intelligenza, l’amore per potere insieme debellare il contagio». Allora la relazione e il dialogo con Dio sono quell’energia che ci permette di affrontare la difficoltà, ma ora anche la ricostruzione sociale, perché oltre alle conseguenze sanitarie ci sono quelle economiche e lavorative. Questo è il momento in cui la preghiera diventa forza, energia per darci creatività, per riscoprire la dimensione comunitaria per affrontare ancora insieme un impegno di ricostruzione.

In questi mesi, lei ogni giorno ha pregato l’Angelus affacciato al balcone del Palazzo arcivescovile. Cosa le ha lasciato questo momento così speciale?
Intanto mi sono accorto che nei palazzi davanti all’Arcivescovado vivono persone che difficilmente avrei potuto conoscere. Dai balconi abbiamo ritrovato non solo lo sguardo della gente, ma abbiamo conosciuto il nome, abbiamo avuto modo di stringere un’amicizia col vigile urbano di turno, con l’edicolante. Anche persone che si dichiarano agnostiche hanno trovato una grande forza in questo appuntamento, perché si respirava il senso comunitario. La dimensione della preghiera permetteva una pausa e una interiorizzazione. Un momento spirituale e umano molto intenso.

La città di Palermo ha un legame speciale con l’Immacolata. Tre giorni dopo il suo insediamento, nel 2015, lei ha rivolto il suo messaggio alla città durante la tradizionale processione. Cosa la colpisce di questa devozione?
Sono arrivato a Palermo a ridosso della festa dell’Immacolata e sono rimasto colpito da questa intensa devozione che esce fuori dai canoni tipici del Sud, dove spesso c’è dispendio di denaro e fuochi d’artificio. Questa processione porta dentro la città il “patto di sangue” che il Senato palermitano fa, volendo difendere il dogma dell’Immacolata Concezione, in un momento in cui la popolazione è avvinta dalla peste. Nel 1624 e ancora oggi i palermitani invocano due donne: l’Immacolata Concezione e Santa Rosalia. Maria è il volto di una Chiesa femminile, il volto materno di una Chiesa che si prende cura, che accompagna, che sostiene. Lei, tutta appartenente a Dio, si prende cura degli uomini.

Come sta ripartendo la diocesi palermitana con la riapertura delle chiese? Sabato sarà celebrata la Messa Crismale in Cattedrale, cosa dirà ai suoi sacerdoti?
Domenica scorsa, ho fatto una visita a sorpresa nella parrocchia Santa Rosa da Lima. Ho potuto vedere il grande desiderio della gente di ritornare alla celebrazione dell’Eucaristia, ma soprattutto di riappropriarsi della relazione comunitaria, avendo al centro il memoriale dell’amore di Dio in cristo Gesù. Abbiamo deciso di celebrare la Messa Crismale alla vigilia di Pentecoste e vorrei dare un messaggio molto semplice. Sentiremo il profumo dell’olio, del Crisma: è bello che possiamo spandere il profumo di Cristo che è compagno degli uomini. Dobbiamo essere una Chiesa che riscopre la dimensione missionaria che gli viene dal sacerdozio ministeriale, che riscopre il servizio perché tutta la comunità cristiana possa essere un unguento profumato che accompagna i cammini contorti della storia umana.

Il 23 maggio, abbiamo ricordato le vittime innocenti delle stragi di mafia del 1992. Il Rosario viene trasmesso da un quartiere, la Kalsa, dove nacquero proprio Falcone e Borsellino. Quale messaggio parte da Palermo?
Questa data segna la coscienza non solo di Palermo, ma della Sicilia e dell’Italia tutta. Oggi più che mai il Rosario in questo quartiere potrebbe aiutarci a capire che tutti abbiamo questo compito: riguadagnare questo senso comunitario, l’impegno per la costruzione del bene comune che non può che fondarsi sulla giustizia e sulla legalità. Ciò che mi colpisce di questi uomini è la coerenza di vita, la capacità di pensare non solo a se stessi, ma di pensare una città degli uomini libera da tutti i poteri carsici, che generano sofferenza e schiavitù. Oggi siamo in un momento in cui l’Italia ha bisogno di ricostruzione e il loro esempio potrebbe aiutarci a impegnarci con radicalità, perché la città degli uomini sia liberata da ogni tipo di corruzione. Da loro potremmo imparare la capacità di donarci, per una trasfigurazione della convivenza umana a partire dai valori più alti di cui loro sono stati testimoni fino all’effusione del sangue.