Chiesa

Il vocabolario del Papa. La MISSIONE è uscire dai nostri egoismi

Fabio Cento, Giulia Ceccarelli e il piccolo Ismaele famiglia “fidei donum” in Mozambico ​ giovedì 13 marzo 2014
La parola “missione” è un sostantivo a cui per formazione - grazie al Centro Fraternità Missionarie - ed esperienza ci piace far seguire sempre 3 verbi: uscire, entrare, rinascere. Starete forse pensando che erroneamente abbiamo invertito i primi due verbi perché per poter uscire da un luogo bisogna prima entrarci, e invece no è proprio l’uscire, dalle nostre abitudini egoistiche, dalle nostre passività, dai nostri “schemi noiosi”, che ci costringe all’incontro con l’altro. Quel “Altro” in cui riconosciamo il volto di Gesù che con la sua “creatività” ci rinnova e rinnova le nostre azioni. L’Incontro con una nuova cultura, con dei nuovi volti, con delle nuove difficoltà, con delle nuove esigenze, con un modo diverso di essere Chiesa - la Creatività di Cristo - ci spinge ad entrare in una nuova dimensione di Vita e Vangelo. Migliora le relazioni, le idee, le conoscenze, le attività - anche pastorali - che fino a quel momento abbiamo portato avanti, ma allo stesso tempo ci sbatte in faccia situazioni, difficoltà, esigenze che ci fanno capire tutti i nostri limiti personali, inclusi molti dei nostri atteggiamenti quotidiani. Un esempio, molto semplice - addirittura semplicistico e provocatorio se volete - ma che forse inquadra bene questa situazione: cosa succede in molte delle comunità parrocchiali delle “Chiese di antica tradizione cristiana” quando per vari motivi il Prete incaricato non può celebrare l’Eucaristia? Subito a cercare in giro con affanno qualcuno che possa dare la possibilità a chi è ormai “abituato” ad “andare” alla Messa di domenica mattina per non perderla, pur sapendo che comunque ce ne sarebbe stata almeno un’altra durante tutto il giorno. Che dire allora a “vovo Carolina”, a “papai Bila”, a “mama Maddalena”, a “mana Altina”, tutti membri di una delle 8 comunità che formano la nostra parrocchia di Taninga, che ogni domenica, con gioia, partecipano alla Celebrazione della Parola insieme all’animatore/animatrice di comunità (laici) e solo 1 volta ogni mese e mezzo celebrano l’Eucarestia insieme al Prete? Uscire, ed il conseguente incontro ti aiuta a percepire che a volte l’egoismo si nasconde anche in quelle piccole cose che a noi sembrano normali, e che a volte arriviamo anche a pretendere. Uscire da noi stessi, sia per quelli che materialmente lasciano il proprio paese per un’altra terra sia per quelli che restano, per capire che il vero senso della comunione sta nel poter gioire insieme al fratello o alla sorella delle cose belle della vita. Anche per questo è necessaria, come ci ricorda spesso Papa Francesco, una Chiesa dalle porte sempre aperte, che ci invita ad uscire per camminare accanto a chi ogni giorno ed in ogni angolo della terra percorre con gioia o con affanno le strade della vita. Qui, tutte le attività pastorali, e spesso anche la celebrazione, vengono fatte all’ombra di un grande albero. A volte crea difficoltà- sarebbe ipocrita dire diversamente - perché quattro pareti di caniço (canne) o di mattoni ti aiuterebbero a gestire meglio le attività, ma il più delle volte è bello, perché ti ricorda che la Chiesa per essere tale ha bisogno di sedersi negli stessi luoghi in cui la gente discute, si incontra, si ama. E qui, nella nostra realtà Mozambicana, l’albero che da ombra è un luogo in cui ci si incontra, ci si scontra, ci si ama e si consumano quotidianamente i pasti. Quello stare con le porte aperte, quel sedere in mezzo alla gente ti spinge all’accoglienza “senza se e senza ma”, e ti mette in cammino in un confronto sincero per trovare la strada migliore con chi come “mana Lionor” dopo 4 anni di cammino di preparazione non potrà (mai?) ricevere il Battesimo perché vive una situazione familiare non regolare e che non potrà mai regolarizzare, ma che nonostante tutto con tutte le sue forze va avanti, per dare ai suoi figli un educazione fatta di dignità e amore. Perché anche lei, grazie all’infinita misericordia di Dio, vive quello “stato permanente di missione” perché nei propri figli ha “accolto quell’amore che gli ridona il senso della vita ed il desiderio di comunicarlo agli altri” (cfr. Evangelii Gaudium, par. 8). E “gli altri” siamo anche noi che per Convenzione ci chiamano missionari, ma che in pratica siamo ogni giorno evangelizzati da quei semplici gesti di vita quotidiana che lei e tutta la comunità parrocchiale ci offrono. Missione è uno stato d’animo permanente da cui un cristiano non può prescindere, e non dipende dall’aver fatto le valigie, aver viaggiato su un aereo per 17 ore ed essere sbarcati in una realtà che è completamente diversa da quella in cui sei nato, ma dipende dall’essere “entrati” in quella gioia della Buona Novella che anche attraverso le ansie, le difficoltà, i problemi ti aiuta a capire che la costruzione del Regno di Dio passa dal nostro desiderio di andare oltre la nostra umanità, fino a sentirsi “più che umani”. Quella gioia, “quel più che umani”, quello “stato permanente di missione” che leggi nella relazione che si crea fra un piccolo gruppo di suore contemplative distanti 3 ore da casa a cui i giovani della tua comunità parrocchiale hanno consegnato i loro desideri e le loro aspettative perché li potessero affidare a Dio nella loro meditazione quotidiana. O che incontri nei gesti, nei consigli, nelle terapie che delle Irmãs brasiliane ti hanno gratuitamente offerto per superare quelle ansie e quei dolori fisici a cui anche un missionario va incontro e che ti aiutano a recuperare quel sorriso, fondamentale, per annunciare a tutti che “Dio è Amore infinito!”. Non c’è differenza fra chi si è chinato per dare conforto ad una donna sconosciuta che sta dando alla luce una figlia meravigliosa nel bel mezzo di una strada sabbiosa, o chi ha posato il proprio braccio per dar sostegno a quel collega di lavoro chinato su se stesso e apparentemente senza speranza perché la sua vita di coppia sta andando a rotoli; entrambi sono missionari perché in quei semplici gesti hanno annunciato l’infinita tenerezza di Dio. Ed ecco il terzo verbo a cui abbiamo affiancato il sostantivo missione: rinascere. Quell’uscire ci ha permesso di entrare in una nuova dimensione di Vita e di Vangelo che ci trasforma e che ogni giorno ci consente di rinascere a vita nuova. Quando una Chiesa di antica tradizione cristiana, come in Italia, esce per entrare in una nuova relazione di incontro con una Chiesa giovane, come viene definita quella mozambicana, da li vi è una rinascita per entrambe perché l’una offre all’altra quel profilo del volto di Cristo che non aveva ancora intravisto. Uscire, entrare e rinascere è un percorso che tutti viviamo fin dalla nascita ed è un cammino che si costruisce ogni giorno. In questo senso la formazione missionaria è un passaggio fondamentale per ogni Chiesa. Personalmente, abbiamo costruito la nostra “uscita” missionaria non dall’oggi al domani, ma con un percorso che ci ha accompagnato durante tutto il nostro cammino di crescita. Dobbiamo molto alle offerte di formazione missionaria che la Chiesa italiana ci ha fatto attraverso Missio, in particolare il settore giovani, ma dobbiamo tutto alla formazione che abbiamo ricevuto durante tre anni con il Centro Fraternità Missionarie, di Piombino. Questo, non per esaltare una singola realtà, ma per spingere le diocesi a mettere in atto percorsi concreti di formazione alla missionarietà che aiutino tutti a vivere la gioia della parola “missione”.  Esistono molti modi di vivere la missione e ognuno certamente con un po’ di discernimento potrà scoprire quale è il suo. Noi possiamo testimoniare ciò che abbiamo scelto: vivere in fraternità. Condividere con altri la quotidianità della vita e del Vangelo sicuri che tutti siamo corresponsabili allo stesso modo nella costruzione del Regno di Dio su questa terra.