Chiesa

Galantino e Ciotti. Le migrazioni causate anche dal maltrattamento dell'ambiente

ANTONIO MARIA MIRA mercoledì 12 agosto 2015

(GROSSETO) «Come ci dice papa Francesco, tra le tante forme di migrazione c’è quella dovuta al maltrattamento della Terra. Persone che abitavano in luoghi ricchissimi sfruttati fino all’osso dalle multinazionali o sporcati dai nostri rifiuti». È la forte denuncia del segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino. L’occasione è davvero speciale, quasi "storica", l’invito a parlare dell’enciclica Laudato si’  a Festambiente,  l’evento estivo di Legambiente. La prima volta di un segretario generale della Cei tra gli ambientalisti.

Con lui don Luigi Ciotti e il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza. Si parla di ambiente, uomo, povertà. E immigrazione. «L’ambiente – dice ancora Galantino – va salvaguardato non solo a casa nostra. Bisogna favorire concretamente che la gente resti dove sta, coltivi la sua terra con le sue capacità di produzione. Checché ne dica Salvini io gli immigrati li ho guardati negli occhi, li ho portati nella mia parrocchia, così come fanno tante parrocchie. E ho visto che nessuno si alza la mattina e dice 'qui mi sono stancato, adesso voglio andare a provare da un’altra parte'». Poi un nuovo affondo. «Il problema dell’immigrazione non si risolve riempiendo l’etere di banalità, sporcando le immagini con certe felpe. É molto più serio e il rispetto dell’ambiente è più decisivo di quanto possa apparire. E poi Gesù ce lo ha detto: 'Ero forestiero e mi avete accolto'. Non dice 'ero forestiero coi documenti'. Io non sono chiamato a chiederti da dove vieni, ma almeno a farti subire il minor danno alla tua dignità. Ma ci devono essere delle politiche intelligenti che non diano retta, e lo ripeto, a questi piazzisti da quattro soldi. Chi contribuisce a creare una paura ingiustificata non è degno di dirsi cristiano e neanche uomo». Una riflessione che è partita dalla Giornata di preghiera per la cura del creato appena indetta dal Papa. «La preghiera – spiega Galantino – non è uno scaricare sul Padreterno le cose, un 'veditela tu'. Pregare invece vuol dire sentirsi dire da Lui 'ma tu che stai facendo?'. È quella che il Papa definisce 'l’ecologia del quotidiano, l’impegno a vivere la vocazione a essere custodi e coltivatori dell’ambiente». Poi c’è il senso politico. «La terra non è povera perché infruttuosa, ma è resa povera da alcune scelte politiche di tornaconto sfacciatamente egoistico. Così anche gli uomini vengono resi poveri da comportamenti e scelte economiche che vanno a tagliare le gambe alla persone, ai loro sogni». Il grido della terra è il grido dei poveri, rilancia don Luigi Ciotti. «Siamo responsabili del degrado della Terra perché insensibili al suo grido. C’è un deficit innanzitutto educativo e culturale. Ed è la sconfitta della politica, la sua sottomissione alla finanza». Ma, avverte il presidente di Libera, «siamo anche noi responsabili. Noi che abbiamo abdicato al nostro ruolo di cittadini per trasformarci in consumatori sedotti dalle chimere del mercato ». E allora «le leggi non bastano. Bisogna che siano scritte nelle coscienze, nell’impegno per il bene comune, nella condivisione e nella corresponsabilità». Perché «alla globalizzazione del mercato – avverte don Ciotti – abbiamo abbinato quello che papa Francesco chiama globalizzazione dell’indifferenza, persino il disprezzo verso le sofferenze degli altri, le loro speranze. Il riemergere del razzismo verso gli immigrati, alimentato da politici senza scrupoli che un giorno dovranno rendere conto di questo, è il segno di uno spaventoso regresso etico ». «Per un ambientalista – conclude Vittorio Cogliati Dezza – leggere l’enciclica dà uno strano senso di stupore e di soddisfazione. Le cose che diciamo da anni sono oggi un’autorevolissima conferma, incastonata, per di più, in una ineludibile sollecitazione etica e spirituale, per i non credenti, e religiosa, per i credenti. Da oggi sarà più difficile per i grandi della Terra eludere le istanze ambientali. La riflessione che papa Francesco ci propone sta soprattutto nell’inquadrare, e ripetere più volte, che il cuore del problema è che la crisi ecologica e quella sociale sono due facce della stessa medaglia: l’una non si risolve senza l’altra».